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SabirFest: presentazione del libro di Fazio “Regressione suicida”. Intervista all’autore

“Regressione suicida – dell’abbandono di Emil Cioran e Manlio Sgalambo” l’ultima opera dello scrittore–filosofo Salvatore Massimo Fazio per Bonfirraro editore appare come un itinerario intellettuale che prova a scomporre e comporre le domande etico-ontologiche dell’uomo.

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Salvatore Massimo Fazio, catanese di nascita e due lauree, è uno dei pensatori più eclettici e particolari del panorama nazionale e non solo (ha ottenuto una prestigiosa onorificenza  dall’Istituto Italiano di Cultura ad Oslo in Norvegia).

Dopo il successo della sua ultima opera, Insonnie, Fazio si presenta sulla scena editoriale servendo un confronto tra due mostri sacri della filosofia contemporanea: da un lato le scienze cognitive del rumeno Cioran e dall’altro il siciliano Manlio Sgalambro, quel filosofo pessimista, nichilista o “tuttista” conosciuto ai più per essere autore delle liriche più belle di Franco Battiato.

Il libro può essere considerato un riscatto del filosofo. Infatti, si racconta che il confronto tra Cioran e Sgalambro, tema base della tesi di laurea di Fazio, gli valse la mancata lode in seduta di laurea, a causa dell’aperta polemica con il correlatore di commissione.

“Regressione suicida” sarà presentato per la prima volta al pubblico in occasione del SabirFest, domenica 16 ottobre alle ore 18.00 presso il Cortile Platamone di Catania.

Per l’occasione, abbiamo scambiato una chiacchierata con Salvatore Massimo Fazio che ci ha esposto apertamente il suo punto di vista sulla questione “Università”.

Molti la definisco un “antiaccademico” per eccellenza. Si racconta della sua tesi di laurea e del suo scontro con il correlatore. Oggi prendere la Laurea è un po’ diventato una raccolta punti di materie. Cos’è che, secondo lei, non funziona nelle nostre Università? Il problema sono gli studenti o i docenti?

“Fanno bene a definirmi tale, finalmente una condizione che corrisponde alla mia versione in interviste e scritture varie. Lo sono per due motivi e glieli annuncio di seguito.

A. Nell’anno del Signore 1998, assistetti ad un esame presso un’aula della facoltà di Sc. della Formazione dell’università di Catania di uno studente con un tal prof: il ragazzo viene chiamato, si accomoda, “mi dia il suo libretto”, il ragazzo lo consegna, il docente lo apre ed esordisce con ghigno luciferino: “lei ha una maturità tecnica per geometra e vuole conseguire l’esame di storia medievale…. torni la prossima volta”. Rimasi basito. Seguii il ragazzo e gli chiesi perché non replicò. Rispose: “Mi gioco la possibilità di tornare alla prossima sessione e non mi laureo mai, secondo te?” Anni dopo lessi un libro donde questo docente raccontava di clientelismi vari ed esaltava la figura di una ragazza che aveva un cv straordinario che però, stranamente, non era riuscita ad essere assunta per un dottorato a favore di altre con cv peggiori che invece vinsero, affermando: “Ma cosa deve fare un giovane per andare avanti”. Ho riflettuto molto all’interrogativo/accusa che questo signore scrisse e mi promisi di non volerne sapere.

B. Fellatio per materie, generazioni di familiari accomodati a dirigere materie, scandali ontologici, cosa vuole che le dica? Cosa è l’Università? Quel posto bellissimo dove lo studente deve confrontarsi per le azioni svolte durante il giorno, o quel magna magna di vili inetti che giocano con la sensibilità altrui? Non funziona il conseguimento di ciò che Federico II battezzò. E poi diciamolo chiaramente, quanti si professano umili per poi riproiettarsi nel docente di punta e razzolano in altra maniera? Io continuo a non insegnare, mentre certi stronzi “imparano” la lectio della vita: fottere e disintegrare la sensibilità di chi si affaccia ad un nuovo mondo. Non dimentico il caso del giovane palermitano, Norman Zarcone, suicidatosi a novembre del 2010 perché non aveva padrini che gli confermassero il dottorato e viveva l’ansia del posto di lavoro. Ecco, bisogna smetterla con sta fandonia che le università umanistiche sono gestite da umanissimi uomini tendenti alla sinistra: la sinistra accademica è lo schianto verso lo smaltimento sociale che storicamente conosciamo con Hitler. La devono smettere, devono smetterla e chi si scalda il sedere con le tasse che paghiamo ad inventarsi docente e chi crede in questo sistema aberrante!

Il proposito del suo libro è quello di scuotere il lettore su una riflessione che ricerchi un senso. Ma, secondo lei, cos’è che veramente cerca l’uomo di oggi, in questo caos infernale?

L’uomo contemporaneo cerca la sicurezza che, le ripeto, da tempo la si può trovare nella rassegnazione, nel non reagire: più si reagisce più si fa godere il matto messo sul piedistallo delle università.

Cioran e Sgalambro, un rumeno e un siciliano. Come mai la scelta è caduta proprio su questi due “nichilisti”? Rappresentano in qualche modo un filo conduttore con la sua storia personale? 

Sgalambro lo lessi per caso in aeroporto a Linate, “la consolazione” per il ritardo dell’aereo. Fu la folgorazione. Mi ritrovavo in ciò che scriveva. Anni dopo, ahimè, mi sono laureato (due volte) prendendomi beffa di chi stava dall’altra parte della seggiola, lessi Sgalambro e comprai molti libri. Una delle due tesi la scrissi sulla teoresi di questo corregionale antiaccademico, ma non in senso dispregiativo come quello che potrebbe emergere dalle mie parole, ma un antiaccademico che salvasse l’umanità di chi si scommette. Cioran lo leggevo, in francese, affascinante. Tradotto in italiano, meno, ma sempre affascinante: eroico, un santo!

Unisco i due e chiedo di laurearmi con una tesi che non abbia il vincolo di un foglio A4 e la libertà di integrare la mia prospettiva nel capitolo finale. Qui devo aggiungere che qualche postilla rara nelle università si salva, dei nomi nostrani: Tino Vittorio, Antonio DI Grado, Luigi La Via e il sacro Domenico D’Orsi, persone non docenti da università, intesa ai tempi di oggi. Alla seduta di laurea mi negano la lode. “Siamo davanti ad un filosofo in erba” disse l’allora presidente di commissione Santo Di Nuovo e poi il correlatore insorge: “lei mi deve spiegare perché Sgalambro è un filosofo lucido” e si accanisce.

Vivo il malessere esistenziale travasato come acqua in un vaso sporco che mi crolla sulla testa e non mi dà serenità: perché un brav’uomo che insegna deve cedere alle proprie antipatie per pensatori o filosofi? E’ qui il filo conduttore, la lotta attraverso la resa o l’indifferenza, cosa che sviluppo pure nel mio lavoro. Non devono chiamarmi dottore, mi sento tramortito. Quando vedo certe canaglie che osano atteggiarsi a prosopopea della materia del nulla, mi chiedo: ma questi qui perché non si annullano e lasciano il posto di lavoro per persone che lottano costantemente per la legalità?

Ma, ripeto, me lo chiedo io, ho rinunciato a parlare con chi dovrebbe agire per la giustizia. Il mondo è una roba bella, pessimo lo diventa con i maleodoranti che lo abitano. Pertanto con il darsi totalmente per l’ “oggetto”, ad es. del tuo lavoro, non sentendo le minchiate delle scale gerarchiche e dando il massimo senza attendersi risposte, colgo il senso che è la vita, fai bene in questo “vuoto”: con chi ne ha bisogno riempigli la vita, con chi si erge a figura di, me lo conceda da catanese, “diritturi da minnulata” dispensare indifferenza.