Secondo il più recente quadro di attuazione della riforma contenuto nei documenti di monitoraggio istituzionale, la trasformazione del sistema di accertamento della disabilità in Italia è entrata in una fase decisiva. La sperimentazione è partita il primo gennaio 2025 e proseguirà fino al completamento previsto per il primo gennaio 2027, quando il nuovo modello diventerà operativo su tutto il territorio nazionale.
Il riferimento normativo è il Decreto Legislativo 62/2024, che segna un cambio di approccio profondo: non si tratta soltanto di una revisione tecnica delle procedure, ma di una trasformazione culturale del modo in cui lo Stato definisce, valuta e tutela la disabilità.
Il principio guida è chiaro: la disabilità non viene più interpretata esclusivamente come condizione sanitaria, ma come risultato dell’interazione tra persona e ambiente, in linea con la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità.
Dal modello medico al modello bio-psico-sociale
La riforma introduce un cambiamento concettuale rilevante: Il termine “disabilità” sostituisce progressivamente definizioni considerate obsolete come “handicap” o “invalidità civile”, rafforzando un linguaggio più inclusivo e coerente con gli standard internazionali.
La nuova definizione normativa descrive la persona con disabilità come chi presenta compromissioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che, in interazione con barriere ambientali e sociali, limitano la piena partecipazione alla vita quotidiana.
Questo approccio sposta l’attenzione dal deficit individuale al contesto, evidenziando il ruolo delle barriere architettoniche, sociali e organizzative nella costruzione della disabilità stessa.
L’INPS diventa il centro unico della valutazione
Uno degli elementi più rilevanti della riforma è il ruolo centrale affidato all’INPS, che diventa il soggetto unico responsabile dell’accertamento della disabilità.
Il nuovo procedimento si avvia con la semplice trasmissione telematica del certificato medico introduttivo da parte del medico di base, eliminando la necessità di ulteriori domande o passaggi burocratici.
Questo cambiamento punta a ridurre drasticamente i tempi di attesa, storicamente uno dei punti più critici del sistema precedente, caratterizzato da iter lunghi e complessi.
Valutazione di base e progetto di vita: il cuore della riforma
La riforma introduce un nuovo modello di valutazione articolato su due livelli:
- Valutazione di base
- Valutazione multidimensionale per il progetto di vita
La valutazione di base è un procedimento unitario e multidisciplinare che accerta la condizione di disabilità e il livello di sostegno necessario. Dal 1° gennaio 2026 sarà affidata in via esclusiva all’INPS e si svolgerà in un’unica visita collegiale, basata su criteri internazionali riconosciuti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Questa fase ha tre obiettivi principali:
- riconoscere la condizione di disabilità
- accertare eventuali invalidità civili, cecità o sordità
- definire il livello di sostegno necessario anche in ambito scolastico
La seconda fase, quella del “progetto di vita”, rappresenta la vera innovazione: non si limita a certificare una condizione, ma mira a costruire un percorso personalizzato di inclusione sociale, educativa e lavorativa.
Tempi più rapidi e semplificazione burocratica
Uno degli obiettivi dichiarati della riforma è la semplificazione amministrativa: In passato, il percorso per il riconoscimento dell’invalidità civile poteva richiedere mesi, a causa dei numerosi passaggi tra commissioni e strutture diverse.
Con il nuovo sistema, l’iter viene concentrato in un processo più snello:
- certificazione medica digitale iniziale
- valutazione unica INPS
- accesso più rapido alle prestazioni
In alcuni casi, l’erogazione dei primi sostegni economici può avvenire già entro un mese dalla presentazione del certificato. Ad esempio, una domanda presentata a marzo può generare il diritto all’indennità dal primo aprile, con la condizione che vengano forniti tempestivamente i dati economici richiesti.
Questo meccanismo punta a garantire una maggiore tempestività nell’erogazione dei diritti economici e assistenziali.
Rivalutazione degli importi e adeguamento al costo della vita
Un ulteriore elemento del quadro riformato riguarda l’adeguamento annuale degli importi delle prestazioni assistenziali. Per il 2026, è prevista una rivalutazione pari a +1,4%, in linea con l’andamento dell’inflazione.
Si tratta di un incremento contenuto, che si traduce in un aumento medio di circa 3-4 euro mensili per molte prestazioni.
Restano invariati i limiti reddituali per l’accesso alle prestazioni, che rappresentano un criterio fondamentale per il riconoscimento dei benefici economici. Le soglie principali sono:
- circa 20.029,55 euro annui per disabilità totale
- circa 5.852,21 euro per prestazioni a reddito più basso
Il superamento di tali limiti comporta la perdita del diritto all’assegno.
Un cambiamento anche culturale, non solo amministrativo
La portata della riforma non si limita all’aspetto tecnico: Il passaggio a un modello basato sulla valutazione multidimensionale e sul progetto di vita segna una trasformazione culturale del sistema di welfare.
L’idea centrale è che la disabilità non debba essere gestita solo come condizione sanitaria o amministrativa, ma come percorso di inclusione che coinvolge scuola, lavoro, servizi sociali e comunità; in questo senso, il nuovo impianto normativo punta a superare una logica frammentata, spesso percepita come lenta e disomogenea, per costruire un sistema più coerente e orientato alla persona.
Criticità e sfide della fase sperimentale
Nonostante gli obiettivi ambiziosi, la fase sperimentale avviata nel 2025 rappresenta anche un banco di prova complesso. La centralizzazione delle competenze in capo all’INPS richiederà un forte investimento organizzativo, digitale e formativo.
Le principali sfide riguardano:
- uniformità delle valutazioni sul territorio nazionale
- gestione dei carichi di lavoro
- integrazione tra sanità, servizi sociali e scuola
- capacità di garantire effettiva rapidità nelle procedure
Il successo della riforma dipenderà quindi non solo dal quadro normativo, ma anche dalla capacità operativa del sistema pubblico.












