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Home Attualità Sociale e Welfare

“Il giorno dei morti”: la tradizione siciliana raccontata da Camilleri

Redazione di Redazione
1 Novembre 2021
in Sociale e Welfare
Tempo di lettura: 5 minuti di lettura
il giorno dei morti raccontato da Camilleri
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“Il giorno dei morti” è una immancabile tradizione per ogni siciliano, anche se negli ultimi tempi sembra essersi affievolita tanto che le nuove generazioni la vivono in maniera totalmente differente dal passato. Complice anche la diffusione della festa di Halloween tra i giovani, la tradizionale “festa dei morti” siciliana sembra quindi rimanere in disparte ma mantenersi attiva anche solo tramite i dolci tipici di questo periodo.

Tuttavia, è sempre un peccato perdere le tradizioni nel tempo, e in questo senso, il ruolo dei romanzieri diventa fondamentale per trasmettere le usanze di generazione in generazione, proteggendo il patrimonio culturale immateriale. E quale miglior trasmettitore delle tradizioni siciliane di Andrea Camilleri, noto scrittore isolano e padre del celebre Commissario Montalbano?

Non a caso, Camilleri ha voluto ricordare com’era vivere la festa dei morti quando lui era solo un bambino, permettendo a molti siciliani nostalgici di emozionarsi tramite le sue parole. Ecco dunque il racconto del giorno dei morti in Sicilia di Andrea Camilleri, tratto da “Racconti Quotidiani”.

“Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.

Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.

I dolci erano quelli rituali, detti “dei morti”: marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, “rami di meli” fatti di farina e miele, “mustazzola” di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il “pupo di zucchero” che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest’anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l’anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.

Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e “stampato”, come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire”.

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E in altre occasioni, Andrea Camilleri ha anche avuto modo di esporsi merito all’origine della festa, specificando come essa fosse legata alla stessa storia della Sicilia. “Noi siamo stati un popolo che ha subito ben tredici dominazioni – ebbe modo di sottolineare Camilleri –. Forse la dominazione che avrebbe potuto riscattarci, in un certo senso, dal carattere, sarebbe stata quella francese. Ma le altre, la greca, la romana, l’araba e la spagnola, sono state dominazioni che avevano un acutissimo senso della morte ed un altissimo senso della ritualità connessa ad essa. Quando ero bambino, ricevevo il regalo il 2 novembre, vale a dire il giorno dei morti, perché la tradizione voleva che in quel giorno, i morti, durante la notte precedente, fossero tornati nelle loro case e portassero i regali ai loro discendenti”.

Inoltre, lo stesso scrittore spiegò come il rito dei doni da parte dei defunti ai bambini si svolgesse nella stessa maniera in cui oggi avviene con i regali di Babbo Natale e di come i ragazzini non fossero affatto spaventati dalla visita di un loro caro trapassato. “Prima di andare a dormire – raccontava Camilleri –, mettevamo sotto il letto un canestrino, e aspettavamo che il morto o la morta di casa, a cui avevamo scritto una letterina, come si fa oggi con Babbo Natale, ci portasse i regali. I dolci erano il regalo che avevamo scelto. Nessuna paura di un morto, anzi la voglia di averlo in qualche modo presente”.

Tuttavia, come si legge anche dal racconto, Camilleri ammise la triste e progressiva messa in disparte della festa dei morti, facendola coincidere proprio con l’arrivo degli americani e delle loro tradizioni nel 1943. Allo stesso modo, però, il noto scrittore volle dare un segno di resistenza, rifacendosi proprio alla tradizione gastronomica di questo periodo.

“Credo che però le tradizioni non si perdano del tutto – spiegò Camilleri -. Non si trovano più i regali, i bambini non mettono più il cestino sotto il letto. Ciò non toglie che tutte le pasticcerie siciliane, per il 2 novembre, preparino quei dolci speciali che servivano una volta per il cestino dei bambini. Mi riferisco ai pupi di zucchero, ai frutti di martorana, oppure a quei dolci di miele, tra l’altro squisiti, detti ossa di morto. Questo è un modo di conservare comunque la memoria delle tradizioni – affermò lo scrittore, per poi continuare –. Credo non possa esserci un popolo senza memoria delle proprie tradizioni. Le tradizioni si modificano ma è fondamentale continuare a conservarle, in qualche modo, perché in un’epoca come la nostra, che è un’epoca di mutamenti, l’unico modo per non avere paura di tutto ciò che sta avvenendo, è sapere chi sei, senza bisogno di dirlo, di proclamarlo. Ma se sai chi sei, con le tue tradizioni, non perderai mai la tua identità“.

Tags: Andrea Camillerifesta dei mortigiorno dei mortinotizietradizione siciliana

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