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Il dramma dei fuori sede siciliani: chiusi fuori, ma con l’incognita del ritorno

Sin dal nuovo DPCM del 26 aprile gli studenti fuori sede si pongono lo stesso dilemma: si può tornare a casa? Se le altre regioni riaccolgono i propri ragazzi, non si può dire la stessa cosa per la Sicilia, che continua a tenere le sue porte chiuse.

Il nuovo decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, approvato lo scorso 26 aprile, ha creato molta confusione sin dalle prime ore. Se la situazione “congiunti” è finalmente rientrata, capendo infine chi si può visitare e chi no, non è lo stesso per le migliaia di studenti fuori sede, che non sanno se possono finalmente tornare a casa.

Infatti, secondo il nuovo DPCM si può tornare nella regione dove si ha residenza. Eppure, soprattutto da parte della Regione Sicilia, le porte rimangono chiuse. Come richiesto e ottenuto dal presidente della Regione Musumeci, almeno fino al 17 maggio continueranno ad essere limitati i trasporti: in effetti, se si è riusciti a contenere la pandemia sull’Isola, lo si deve anche a questa chiusura quasi totale.

Questa manovra, però, va a sfavore di quegli studenti che hanno lasciato la Sicilia per motivi di studio, e che da più di due mesi si ritrovano nelle regioni che li ospitano, senza poter tornare a casa. Dunque, ricapitolando: non ci si può spostare tra le regioni senza un comprovato motivo. O almeno non in Sicilia, dove il governatore Nello Musumeci ha da poco dichiarato che per tutto il mese di maggio potrebbe essere esteso il divieto di ingresso nell’Isola, già prorogato fino al 17. E non si può prendere un aereo, un treno, neanche un Flixbus: non esistono mezzi di trasporto prenotabili per andare a Sud, per riportare gli sfortunati studenti dalle proprie famiglie, a eccezione degli unici due voli per la Sicilia che partono ogni giorno da Roma e Milano.

Questo è il motivo per cui, da diversi giorni, la Protezione civile regionale vede i propri telefoni arroventati da molteplici chiamate da parte degli studenti fuori sede. Un giornalista de La Repubblica ha voluto chiamare, sotto false spoglie di studente, per verificare la situazione dal vivo. Dopo 35 minuti di attesa, l’operatrice del call center che gli risponde gli spiega come stiano tutti attendendo una nuova ordinanza da parte del Presidente Conte, una volta passata l’approvazione del bilancio.

Con molta pazienza, inoltre, spiega come ci siano almeno “altre 60 persone in attesa” al telefono, rendendo perfettamente il sentimento di sfinimento che attanaglia sia gli operatori, che vorrebbero poter dare notizie positive, che gli studenti, che vorrebbero solo sapere come comportarsi. Se non altro, cosa dire alle proprie famiglie: “posso tornare, aspettatemi” o “dobbiamo aspettare ancora un po’ per riabbracciarci”.

Dunque, da ciò che si rileva fino ad ora, di certezza ve n’è una sola: non vi è alcun temutissimo esodo di massa verso la Sicilia. Non vi sono prenotazioni, perché non vi è alcun mezzo disposto a portare passeggeri fino all’Isola. Con ogni probabilità, le cose rimarranno tali almeno fino alla seconda metà del mese. Una notizia positiva all’insegna del contagio, che ora più che mai sta andando a scendere. Ma non tanto positiva per coloro, come spiega lo studente Francesco Eugenio Piccione nella sua lettera al presidente Musumeci, che a differenza dei colleghi non campani o non siciliani “non abbiamo la stessa fortuna, proprio per le sue posizioni al riguardo”.

Proprio in questa lunga lettera, lo studente di Sociologia a Padova racconta la difficoltà immane del trovarsi lontano dalla propria famiglia: “mi ritrovo qui, lontano dalla mia famiglia, lontano dalla mia terra, seguendo lezioni ed esami che potrei fare anche giù, da un computer e sentendomi come un grave peso per loro che devono mantenermi. […] È un periodo di sacrifici, è vero, ma non per questo dobbiamo obbligare le nostre famiglie a farne altrettanti”.

“Sicuramente – prosegue la lettera -, abbiamo evitato di mettere in pericolo la nostra regione, a differenza di tanti altri nostri colleghi che nei mesi passati per paura, perché spaventati o terrorizzati, senza riflettere sono tornati in fretta e furia dalle loro famiglie, a volte contagiandole. […] mi appello a Lei […] per fare in modo che gli studenti rimasti fuori dalla propria regione, possano rientrarvici e riabbracciare (dopo, ovviamente, un periodo di quarantena) finalmente le loro amate famiglie”.

Una situazione, dunque, improbabile, infinitamente difficile. Mai come in questo periodo storico, essere del Sud sta creando tanto dolore a chi l’ha lasciato. Le stesse regioni che ospitano i fuori sede, ora diventano come terre d’esilio da cui non si può far ritorno, con nessun mezzo.

Se in un primo momento alcuni studenti hanno scelto di rimanere fuori sede per permettere alle proprie famiglie di stare al sicuro, con i contagi in discesa libera, la paura ha lasciato il posto alla nostalgia di casa e al non voler pesare più economicamente quando non ve n’è più bisogno come due mesi fa. Cosa andrà a cambiare per queste migliaia di universitari provenienti dal sud lo si scoprirà in questi giorni; nel frattempo, non si può che sperare che le autorità prendano in considerazione il loro, disperato appello.