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Labadessa, dall’uomo uccello ai primi libri: un fumettista anomalo

Le vignette in cui un uomo uccello affronta i suoi problemi, tra umorismo e crisi esistenziali, hanno intercettato i disagi di una generazione, rendendo celebre Mattia Labadessa, uno dei fumettisti emergenti più noti all'Etna Comics. L'artista campano si è raccontato alla stampa in un'intervista a tutto tondo.

Mattia Labadessa entra in sala stampa con gli occhiali da sole calati e un abbozzo di sorriso tra le labbra. Ad attenderlo, tra block notes, penne a sfera, microfoni e macchine fotografiche, un gruppetto di giornalisti a cui il fumettista si aprirà senza riserve, rispondendo alle domande che gli vengono poste con una spontaneità e una franchezza tipiche dello spirito partenopeo in cui è cresciuto.

Un dettaglio che non stupisce chi è abituato a leggere le sue vignette, dove vengono spesso rappresentate le vicende del personaggio che l’ha reso famoso, “l’uomo uccello”, un volatile dalle fattezze umane che con gli uomini, suo malgrado, condivide anche i drammi esistenziali.

Il fumettista che non legge i fumetti

La carriera da fumettista non era un obiettivo programmato dall’autore; anzi, si potrebbe dire che sia arrivata quasi per sbaglio, da un sovrapporsi di conseguenze. Così come l’uomo uccello, la creatura che lo contraddistingue e che nei suoi dialoghi alterna battute spiazzanti a intensi episodi di vita in cui è facile rispecchiarsi. “È nato per caso, forse pure dal percorso che ho fatto a livello di studi – dichiara l’artista a proposito -. L’aver studiato graphic design in Accademia mi ha fatto avvicinare a uno stile più asciutto, più pulito e vicino al mondo della grafica che a quello dell’illustrazione”. Almeno per quanto riguarda l’aspetto tecnico. La questione, infatti, è più complessa. “Non solo da quello, in realtà. Anche un po’ da com’è cambiata la mia vita, da come sono cambiato io, dall’andare a vedere pure nell’ovvio, nel banale, qualcosa di interessante”.

Labadessa, o forse sarebbe il caso di chiamarlo Mattia, vista la giovane età (ventisei anni appena), si autodefinisce un fumettista “anomalo“. Un disegnatore che crea fumetti ma non li legge. Nato come artista sul web, assieme all’esponenziale successo di pubblico, il creatore dell’uomo uccello porta con sé anche la stimmate delle sue origini, che malgrado l’interesse di case editrici importanti l’hanno portato in passato a un’accoglienza piuttosto fredda dai professionisti del fumetto.

Le cose cambiano, però, quando gli si chiede se sia contento della piega che ha preso la sua carriera. “Minchia, sì! Sono decisamente contento – afferma, come se fosse la cosa più scontata del mondo –. Anche se è un lavoro molto stressante, è bello il senso di questi eventi, il vedersi, vedere che qualcuno ti ascolta ogni giorno tramite le storie e i post è una bella sensazione”.

I drammi condivisi di una generazione

Labadessa è certo una persona dalla battuta pronta, molto alla mano, come un po’ il mondo delle fiere del fumetto costringe a essere. Ma dietro la superficialità apparente che si potrebbe desumere da certe sue uscite si nasconde una personalità niente affatto spaccona, abitata da un dramma interiore, sì, ma condiviso anche da tanti suoi coetanei. Forse è proprio questo, più che l’apporto del web, che in fin dei conti è solo un canale, ad aver costituito la chiave del suo successo. L’artista ne ha parlato a lungo ai microfoni di LiveUnict, raccontando del rapporto che c’è tra lui e gli altri.

“Tendo più spesso a parlare di me, dei drammi che vivo. A volte, seppur piccoli, tu li senti come enormi e pesanti, e quindi parlo molto più di me, della mia vita, della mia dimensione, di quello che mi fa soffrire – comincia, toccando da subito dei tasti delicati –. Non per salvarmi, non per cercare una risposta tramite la comunicazione con gli altri di questi temi, quanto più che altro per condividere le rotture di coglioni con gli altri, per fare gruppo e dire: ‘Minchia, veramente si sta una merda!’ Anche se amo la vita.

Il fatto di guardarmi attorno e cercare ispirazione dall’esterno capita più quando voglio fare qualcosa di divertente, che adesso è sempre più raro”. Anche il rapporto col lavoro è cambiato negli anni, come si evince anche dai lavori pubblicati più di recente. “Prima lavoravo alle vignette cercando quasi sempre solo di far ridere, pur mettendoci la mazzata in fronte, che ce sta sempre. Adesso, con gli anni, sono caduto sempre più nel parlare appunto sempre più spesso di me, e quindi un tema più oscuro, meno giallo. Ho spento un po’ di giallo”.

Una rete virtuale che diventa nido

Essere un artista nato sui social ha portato Mattia a doversi confrontare con un pubblico sterminato, apparentemente ingestibile, a cui si sommano le esperienze face-to-face delle fiere. Eppure, come si era capito sin dall’inizio della conferenza, darsi al pubblico non crea nessun problema all’artista campano. “Io so Gemelli, quindi sono un sacco egocentrico e questa cosa mi sta bene, la faccio con piacere. È cambiato il rapporto soprattutto da quando uso Instagram – specifica ai microfoni di LiveUnict, distinguendo l’uso tra i due social –. Prima su Facebook ero un vignettista e basta. Pubblicavo i post e non dicevo niente di me. Adesso, con Instagram, tramite le stories parlo sempre più spesso con le persone che mi circondano, che mi seguono, e mi stanno conoscendo molto di più. Sta succedendo quello che hai appena detto, mi sto dando in pasto a quelli che mi seguono!

Il fatto di conoscere me di persona, di sapere chi c’è dietro all’uomo uccello e allo sfondo giallo è molto importante, è quello che conta. Se leggi la vignetta e ti senti capito o ti senti in quel mood, sei pure curioso di sapere che persona c’è dietro. E non è pesante, non per me. È dura quando si creano delle aspettative, tu incontri i fan ma ti senti un coglione. Stupiscimi. Come faccio a stupirti? Siamo la stessa cosa io e te, non può succedere niente di magico. Però non è pesante per come la vivo”, conclude, ribadendo lo speciale rapporto che lega l’artista e il suo pubblico.

Dai social network alle fiere del fumetto

L’altro lato della medaglia, invece, vede Labadessa ospite ai vari Comicon di tutta Italia, tra star internazionali e disegnatori che hanno dedicato la vita a quest’arte. Il fumettista è stato catapultato in questo mondo quasi per caso e di certo senza paracadute. Eppure, anche in questa circostanza, la risposta migliore è la più semplice. “Io cerco semplicemente di osservare chi mi sta intorno. Come una persona che sta là a divertirsi, come me. Infatti, tendo a non parlare mai di lavoro o di cose del genere, se si parla di fumetti mi allontano! Tanto ormai si è capito.

La vivo bene, è divertente e io sono un privilegiato. È un bellissimo lavoro, un bellissimo modo di stare con gli altri. Qualcosa come può essere, che so, un’area vip, una stanza in cui si incontrano tutti, è un bel modo per stare là. Ti bevi un caffè, ci parli, etc. Il fatto di essere un ignorante totale non mi spaventa; certo, non coltivo questi grandi rapporti coi miei colleghi, però ci sta”, conclude l’artista ai microfoni di LiveUnict.

La strada in salita tra i colleghi

Un successo così fulmineo sul web, che ha portato il creatore dell’uomo uccello a pubblicare nel giro di tre anni quattro libri di fumetti, di cui l’ultimo edito dalla Feltrinelli e gli altri da Shockdom, non poteva non creare dei malumori tra gli addetti ai lavori. Nel Paese al mondo in cui il termine “meritocrazia” è più abusato, arrivare al successo entrandoci non dalla porta principale ma prendendo la “scorciatoia” dei social è spesso associato a dilettantismo e ignoranza, specie se ad arrivarci è chi, come Labadessa, ammette spudoratamente di non leggere fumetti. “È un discorso inutile e cattivo. Penso che sia dovuto più a poca stima per chi esce dal web, perché si tende a trattare certi temi perché vanno, si tende a usare uno stile di disegno molto asciutto che ti fanno pensare che quello non sa disegnare. Nascono queste dinamiche che per chi sta nel settore da anni sono una rottura.

Per quanto mi riguarda – aggiunge –, la cosa sta sfumando sempre di più, iniziano a guardarmi come se fossi uno di loro. Sta cosa mi fa pure un po’ piacere, stranamente; mi avevano fatto allontanare dal mondo del fumetto all’inizio, mi avevano fatto venire l’odio, mi ero detto ‘Ora penso a me e basta, fanculo!’. Adesso mi sento più accettato, sarà perché ho pubblicato con Feltrinelli e quindi mi vedono come un figo”, conclude tra i sorrisi generali.

D’altro canto, essere un outsider può essere un’arma a doppio taglio. Lo sa bene il fumettista, che se da un lato ammette che l’essere estraneo al mondo del fumetto vuol dire anche essere libero dall’approcciarsi ad alcuni canoni, anche per quanto riguarda il rapporto con la tavola da disegno, dall’altro fa presente che proprio questa ignoranza potrebbe portare a problemi a livello espressivo nel raccontare determinati concetti. O ad avere idee apparentemente originali ma in realtà già percorse da altri in precedenza.

Il pensiero della morte

Parlando del suo ultimo libro pubblicato da Feltrinelli, Bernando Cavallino, il fumettista non esita a definirlo la sua ossessione principale. All’opposto dell’amore per la vita, il pensiero della morte rassomiglia alla spada di Damocle, che pende incerta sulla testa e può cadere in ogni momento. “Quasi ogni notte mi agito, sono nervoso e mi sento un po’ di impazzire a questo pensiero dello smettere di esistere – confessa Labadessa con sincerità disarmante –. Preferirei farmi mettere in una stanza per l’eternità solo a pensare di non sparire”.

Ancora a proposito del suo libro, l’artista ritorna sul tema dominante. “Ho preso ogni punto di vista con cui ho affrontato il pensiero della morte. La voce narrante, quella della disillusione, è la parte che cancella gli altri. Se sono impaurito arriva la disillusione che mi dice: Ma di che hai paura, che sei un essere inutile? Paura di che, se non servi a niente? Che te ne fotte? C’è un po’ di speranza, arriva la disillusione e la cancella. È questo il suo potere, nel libro e nella mia vita: il fatto di calpestare tutto e tutti senza pietà. Nell’universo non c’è molta pietà, anzi, non ce n’è proprio”, conclude l’artista.

Un’Isola da assaporare

Forse non tutti sanno che la parentela di Mattia Labadessa con la Sicilia non è soltanto legata alla contiguità geografica e al legame con l’Etna Comics. I  rapporti che lo legano alla Regione, infatti, sono anche di sangue. Tanto per cominciare, ad esempio, i nonni abitavano a Palermo. “Ho vari parenti qui, anche zii, sono venuto spessissimo. Ci venivo spesso fino ai 14-15 anni – aggiunge prima di toccare il tasto cibo, un argomento a cui ogni siciliano che si rispetti è legatissimo –. Mi piace molto, amo come mangiate, mi sfondo di anelletti al forno, anche a Napoli. Ho dei problemi con le panelle, nel senso che mi piacciono ma non capisco come fate a mangiarle col pane. Ecco il mio legame con la Sicilia: mi piace assaporarla. Ma non solo a livello alimentare, è la mia palla di riso”, conclude, tornando sulla diplomatica parola con cui i napoletani hanno risolto a modo loro la diatriba arancino/arancina.

Tra il serio e il faceto, con un occhio ai follower

A Labadessa, l’abbiamo capito, non piace prendersi sul serio. Non per molto, almeno. Anche nelle vignette più seriose, lì, dietro l’angolo, c’è sempre la battuta in agguato, a ricordare che, come diceva Herman Hesse, ogni forma di umorismo superiore inizia col non prendere sul serio se stessi. “Voglio ricordarlo anche a chi mi legge – dice l’artista a proposito delle sue vignette –, chi sta leggendo deve capire che vive su una palla di roccia sospesa nel nulla, che nulla ha valore e che è tutto finto. In questi eventi percepisco sempre l’assurdità di ciò che stiamo facendo noi esseri umani. Convivono entrambe le cose per la mia necessità di non volermi prendere troppo sul serio e per farlo capire agli altri”.

Coi propri lettori, del resto, l’autore ha un rapporto privilegiato che è cambiato nel tempo. Se sulla pagina Facebook gli ultimi aggiornamenti risalgono a febbraio, Instagram  viene costantemente aggiornato e si è trasformato in un doppio filo che lega il fumettista ai suoi fan. “Quando non ho pubblicato per due giorni alcuni mi hanno scritto per chiedermi come stavo, che fine avessi fatto. È bello sentire l’affetto. Io sono uno che si sente quasi sempre solo, anche perché me lo cerco.

Hai presente quelle vignette che girano spesso? ‘Quanto sono solo!’, poi si avvicina qualcuno e dicono: ‘Vattene, lasciami solo!’. Ecco, io sono un po’ così – precisa l’artista con autoironia –.  Un po’ mi serve questo affetto, mi piace il rapporto che si sta creando con quelli che mi seguono. Ogni tanto ho bisogno di un po’ di gente attorno, ma in quel caso non mi stanno attorno, è perfetto, è una solitudine in cui non stai da solo”!

Hanno ucciso l’uomo uccello?

Non ancora, è la pronta smentita, ma un richiamo al popolare testo degli 883 forse non è del tutto azzardato. Come l’uomo ragno della canzone, l’uomo uccello sembra essere rimasto vittima della marea della vita di tutti i giorni, dei mille impegni, dei libri. Ad ammetterlo è lo stesso fumettista, dispiaciuto per il rapporto incrinato tra lui e la sua prima creatura. “L’altra volta ho guardato un pupazzo dell’uomo uccello che mi hanno regalato e che ho a casa, e mi sono sentito come se l’avessi tradito.

Un personaggio che mi ha dato tanto, ma io adesso sto mettendo me stesso davanti a lui. Ed è un mio personaggio, un mio disegno – continua l’artista, quasi rammaricato dalle sue stesse parole –. Stavo per mettermi a piangere! Ho guardato la copertina del mio ultimo libro e c’è questa figura dell’uomo uccello, nera, con una candelina sotto, e pare quasi che sia morto e che gli stia dando l’addio. E un po’ lo sembra, perché sto facendo solo le storie, vignette sempre più rare, mi sto pure mettendo a cantare, non ho ancora firmato nessun contratto e per adesso non ho intenzione di fare altri libri. Ho paura di tradirlo e di dire addio a questo amico, perché a me sta molto simpatico”.