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Autori meridionali del ‘900 esclusi dai licei, Sichera: “L’apporto della Sicilia alla letteratura è sotto gli occhi di tutti”

Il Centro di documentazione di poesia del Sud, con il presidente Giuseppe Iuliano e il direttore Paolo Saggese ha riaperto il dibattito e la raccolta di firme a "Napoli città libro".

“Carneade! Chi era costui?” Se questa espressione vi dice qualcosa, è perché viene da uno degli autori più studiati della nostra letteratura: Alessandro Manzoni. A pronunciarla è il timoroso Don Abbondio nei primi capitoli dei Promessi Sposi, romanzo a cui il nome dello scrittore milanese è indissolubilmente legato. Filosofo della Grecia antica, Carneade è poi diventato sinonimo di “sconosciuto”, tant’è che oggi ci si può riferire a personalità ignote con questo appellativo.

Di “Carneade” in letteratura ce n’è parecchi; famosi ignoti che spuntano periodicamente nell’analisi del testo proposta agli esami di stato dal Miur o autori che non si arriva a studiare e a cui i manuali riservano a malapena una decina di righe. Ma cosa succederebbe, ad esempio, se si perdesse la memoria dei poeti del 900 e dei letterati nati da Roma in giù?

Domande del genere se le porranno da tempo al Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud, che al Salone del libro di Napoli, conclusosi a fine maggio, ha lanciato un appello per il rilancio dello studio della letteratura meridionale del ‘900 nelle scuole e per sollecitare la modifica delle Indicazioni ministeriali approvate a proposito nel 2010 dal MIUR e da allora mai più modificate. Citando parte dell’appello, infatti, si legge:

“Il Salone del libro e dell’editoria ‘Napoli città libro’ aderisce all’appello del Centro di documentazione sulla poesia del Sud chiedendo a tutti gli scrittori e gli operatori culturali che vi parteciperanno di firmarlo per uno studio della letteratura italiana rispettoso della ricchezza culturale dell’intera Nazione.

A partire dal 2010, anno in cui furono approvate le “Indicazioni nazionali” per i licei, il MIUR ha indicato a titolo esemplificativo 17 autori come oggetto di studio e a queste “Indicazioni” si sono sostanzialmente uniformati i libri di testo presenti nelle scuole superiori. È citata una sola donna, Elsa Morante, dimenticando autrici come Grazia Deledda, Alda Merini, Maria Luisa Spaziani. Nessuno dei 17 autori è nato a sud di Roma. Mancano in questo caso, per citarne solo alcuni, autori come Salvatore Quasimodo, Eduardo De Filippo, Leonardo Sciascia, Alfonso Gatto”.

All’appello del Centro hanno aderito svariate personalità di spicco nel mondo della cultura, da Alberto Angela a Dacia Maraini, a testimonianza di come la necessità di uno studio della letteratura che sia davvero nazionale, soprattutto a scuola, non sia una semplice questione campanilistica o ideologica sull’annoso dibattito Nord vs Sud, ma un preciso problema culturale.

Abbiamo affrontato la questione dello studio della letteratura meridionale novecentesca con il professore Antonio Sichera, docente di letteratura italiana contemporanea presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania.

“Credo – dichiara il professore – che si tratti di una questione da affrontare in una dimensione più larga: non semplicemente di giustissima rivendicazione, visto che questo tipo di impostazione misconosce un dato che, chiunque faccia questo mestiere, a qualsiasi latitudine lavori, dà come un dato di fatto. L’apporto che, ad esempio, la Sicilia ha dato alla letteratura italiana otto-novecentesca e poi a quella occidentale (pensando a Pirandello) è sotto gli occhi di tutti”.

“Mentre in un tempo molto più stabile – prosegue – di programmi e tempi molto determinati, si poteva dare per scontato che ci fosse una motivazione di base, che ci fosse un certo standard e che bisognava solo scegliere gli autori, oggi mi pare che lo statuto dell’insegnamento degli autori di letteratura sia molto problematico in generale, e che questo sia poi un aspetto poco considerato da un punto di vista ministeriale”.

Il problema, dunque, è più largo e problematico di quello che possa sembrare. Al di là della questione scolastica, la tenuta di un autore si può misurare su vari livelli, e la sua entrata o uscita dal canone non si ferma alle indicazioni del ministero o al suo studio nei licei.

C’è una dimensione ermeneutica del canone – afferma Sichera, entrando nel merito – legata a quella che Gadamer chiamava “La storia degli effetti”. A mano a mano il tempo filtra, la tradizione lascia alcuni depositi e ciò che si mantiene vivo nel tempo o in maniera alterna nei tempi in qualche modo rimane, mentre tanto resta indietro. È un processo fisiologico della formazione della tradizione. Rispetto al nostro tema specifico, credo che non ci sia alcuna considerazione da questo punto di vista. Non sono stati inseriti alcuni autori piuttosto che altri perché volevano formare un canone. Piuttosto si tratta di errori di prospettiva culturale, di fretta, di approssimazione e probabilmente anche di ideologia inconsapevole nella contrapposizione Nord/Sud.

Sciascia non entra o esce dal canone perché viene escluso da delle indicazioni ministeriali. – continua il docente – La sua attualità è indipendente da ciò. Su questo bisogna misurare il canone reale: quanta gente ancora legge, è interessata, vicina o costantemente portata a leggere alcuni autori e non altri? Tenendo conto di fattori simili si può misurare la resistenza reale”.

Esemplificando sulla scorta dei dati relativi alle vendite, il professore ci rivela come in testa, tra gli autori più letti del ‘900, ci sia Calvino. Altri, come Pavese, circolano meno ma resistono al passare degli anni. Un autore come Pirandello, ad esempio, vende circa 100mila copie all’anno. Allo stesso tempo, sono importanti anche il numero di ricerche che a vario livello, non solo accademico, vengono svolte sui nostri autori, continua il professore.

“Potrebbe essere difficile per i docenti avanzare oltre una certa barriera temporale: ci sono autori del Sud o del Nord che restano fuori dai percorsi per motivi di tempo, di sviluppo dei programmi di insegnamento dei professori, difficoltà a dare il ritmo giusto per spingersi oltre… pensando alla poesia di primo 900, quale serio docente di letteratura italiana non è costretto ad accennare a Quasimodo per far capire la poesia dell’ermetismo?” – è la considerazione con la quale conclude il docente.

Domenico La Magna