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UNICT – Le tesi degli studenti gettate nei bagni e rubate: la testimonianza di una studentessa

Tesi scienze politiche

«Alcuni colleghi mi hanno spinta a denunciare, molti altri mi hanno detto di rimanere in silenzio perché… non si sa mai!»

Sono queste le parole con cui una studentessa del Dipartimento di Scienze Politiche di Catania ha voluto concludere la sua testimonianza in merito alle tesi gettate nei bagni della sua Facoltà. Dopo aver visto il video in cui denunciavamo l’accaduto ha deciso di dare voce a chi non vuole più rimanere in silenzio di fronte a certi comportamenti.

Di seguito riportiamo la parole rilasciate per la nostra rubrica Alza la voce.

«Giorno 28 Aprile, sede Centrale della Facoltà (Palazzo Pedagaggi), bagni degli uomini al terzo piano. Praticamente sotto il naso della segreteria, appena sopra gli uffici amministrativi e di moltissimi docenti; bastava mettere piede in bagno per vedere gente stupita chiedersi cosa ci facessero lì le tesi.  Varcando la porta, come si vede nel video (per vedere il video cliccare qui), lo spettacolo era a dir poco angosciante: quasi una ventina di tesi abbandonate alla rinfusa, tra bottiglioni vuoti e sedie vecchie…nella spazzatura, insomma. Le tesi in questione risalivano quasi tutte all’anno accademico 2005/2006, ma ce n’era anche una del 1985, ovviamente interamente battuta a macchina. Tra tutte spiccava una tesi di dottorato (di più di 300 pagine) e un’altra che dalla rilegatura appariva più come il tomo di un’enciclopedia che una tesi (sempre sulle 350/400 pagine). Bastava aprirle, o anche semplicemente prenderle in mano per leggere nomi, cognomi, addirittura numeri di telefono appartenenti ad uffici dei relatori o simili. L’indomani, giorno 29, tornando per fare altre foto: erano ancora lì, impolverate dove le avevano lasciate il giorno prima. Intorno alle 18.00 però, ecco la magia: tutte le tesi erano sparite. Eccezion fatta per il tomo – già citato – che sembrava più un libro che una tesi, e di quella del 1985, forse troppo vecchia per essere appetibile. Mi è bastato chiedermi ad alta voce dove fossero finite per sentirmi rispondere che erano state rubate. Come c’era da aspettarsi, alcuni studenti vedendo il ghiotto bottino l’hanno per qualche ragione infilato negli zaini: a quanto pare l’occasione fa davvero l’uomo ladro. Aggiungendo la beffa al danno, in puro stile siciliano, chi ha visto si astiene dal fare nomi, dice che semplicemente conosce di vista queste persone, ma non ne sa il nome, né il corso specifico di appartenenza. Questa vicenda lascia indignati, sgomenti, nauseati. A mio avviso è il perfetto specchio della nostra società: le istituzioni, che dovrebbero garantire i nostri diritti e che sono comunque sempre pronte ad incassare tasse, non hanno poi la decenza di rispettare i cittadini, i loro sacrifici, il loro denaro, in questo caso nemmeno la loro proprietà intellettuale; la gente, che è sempre brava a lamentarsi di quello che non va, di una Sicilia dove tutto va storto e la mentalità è figlia della mafia, alla prima occasione volta le spalle e alla legge e al rispetto degli altri. In tutto ciò chi vede, ovviamente, tace. Si gira dall’altra parte mentre magari il giorno prima presenziava alle conferenze anti-mafia che con tanta frequenza ci premuriamo di organizzare, ove si parla di cambiare le piccole cose di ogni giorno, di vivere nella legalità e cambiare finalmente la Sicilia di cui tanto ci lamentiamo. Vorrei aggiungere, oltretutto, che chi ha rubato quelle tesi oltre che far mostra di inciviltà, dimostra quantomeno di non avere una spiccata intelligenza: cosa ne farete di una tesi bella e pronta, risalente tra l’altro a 10 anni fa?  Cercherete un relatore che vi permetta di presentare un documento pre-confezionato? Spererete che vi affidi o consigli documenti su cui lavorare che coincidano con quelli che avete già nella tesi che avete rubato? Se poi volevate semplicemente “vedere come si fa una tesi” vi do una notizia: perfino il regolamento di dipartimento dà consigli su come redigere una tesi finale, non c’era bisogno di rubare!».

Da TWITTER

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