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The Imitation Game: analisi di un genio

THE IMITATION GAME“Il solo modo per cui si potrebbe essere sicuri che una macchina pensa è quello di essere la macchina stessa e sentire se si stesse pensando. Allo stesso modo, la sola via per sapere che un uomo pensa è quella di essere quell’uomo in particolare.”

Nel 1950 la rivista di filosofia e psicologia Mind ospita tra le sue pagine queste parole, piccolo estratto di un articoloalquanto particolare: esso illustra un metodo tale da determinare se una macchina sia effettivamente in grado di pensare, ispirandosi a un gioco chiamato gioco dell’imitazione, in inglese Imitation Game. L’autore dell’articolo è un tale Alan Turing, matematico conosciuto allora perlopiù a chi bazzica l’ambiente scientifico. E anche ai giorni nostri il nome di Alan Turing non è particolarmente noto, se non a studenti e studiosi di matematica ed informatica.

Del resto, esistono due facce dello stesso Alan Turing: il primo dei due è un personaggio dal talento e dalla mente prodigiosa,  considerato il padre della scienza informatica, l’altro invece è un uomo singolare, pieno di segreti, usato e poi bistrattato dal suo paese, l’Inghilterra, condannato per omosessualità, scivolato rapidamente nell’oblio, destino toccato per un certo periodo di tempo anche alla sceneggiatura del suo biopic.

La sceneggiatura di The Imitation Game, difatti, non è esattamente recente, in quanto nel 2011 occupava le prime posizioni nella Blacklist delle migliori sceneggiature mai prodotte. Ripescata finalmente nel 2014, viene comprata e prodotta dalla The Weinstein Company e affidata al regista norvegese Morten Tyldum, che la dirige magistralmente, offrendoci un film di altissimo livello, candidato ai premi più disparati, nonché adesso a ben otto premi Oscar: miglior film, miglior regista, miglior attore protagonista, miglior attrice non protagonista, migliore sceneggiatura non originale, migliore colonna sonora, migliore scenografia e miglior montaggio.

Il lungometraggio, uscito negli Stati Uniti il 28 novembre 2014 e in quelle italiane circa un mese dopo, l’1 gennaio 2015, si muove attraverso tre differenti epoche, e ci racconta in particolar modo, la parentesi più oscura della vita del genio Alan Turing, svoltasi negli anni della seconda guerra mondiale all’interno della tenuta di Bletchley Park, dove veniva svolto il lavoro crittografico da parte dell’Intelligence britannica, con l’obiettivo di decodificare i messaggi in codice elaborati dai nazisti grazie ad Enigma, una macchina elettro-meccanica programmata per cifrare le informazioni.

Nel sito di Bletchley Park venne formata una squadra dedicata esclusivamente alla decodificazione di Enigma, capitanata inizalmente dal campione di scacchi Hugh Alexander (interpretato da Matthew Goode, già visto in Matchpoint e Watchmen), e in seguito dallo stesso Turing, interpretato egregiamente dal Benedict Cumberbatch della serie tv Sherlock (nonché di Dodici anni schiavo ed Into darkness – Star Trek), star in rapida ascesa che, in quest’occasione più che in altre, profuma decisamente di Oscar. Nel cast anche Mark Strong (La talpa, Zero Dark Thirty, Robin Hood ecc.) e una Keira Knightley anche lei in splendida forma e in corsa per l’Oscar come migliore attrice non protagonista.

Fulcro centrale della storia sarà la realizzazione dell’apparecchio noto come macchina di Turing, nel film ribattezzato Cristopher, inizialmente un modello teorico di calcolo ma, nella pratica dei fatti, il primo prototipo di computer funzionante della storia.

A rendere ancora più singolare Alan Turing, fu la sua passione per i giochi, e in particolar modo per i cruciverba. Fu appunto pubblicando un cruciverba nel 1942 sul London Daily Telegraph che selezionò parte della sua squadra di lavoro a Bletchley Park. La sfida lanciata dal matematico era risolvere il cruciverba in meno di 12 minuti. E’ con questa stessa sfida che vi invitiamo nuovamente alla visione del film (il cruciverba è stato ripubblicato recentemente nel New York Times come promozione del film e riportato sotto, ovviamente in inglese).

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