In occasione dell’Open Week dedicata alla salute della donna, il dibattito su prevenzione, diagnosi precoce e innovazione clinica torna al centro dell’attenzione. Un momento fondamentale per sensibilizzare cittadini e pazienti su temi spesso sottovalutati, ma cruciali per il benessere femminile.
A guidare questa riflessione è il professor Palumbo, figura di riferimento nel panorama medico accademico italiano: Professore Ordinario di Ginecologia e Ostetricia (MED/40) presso l’Università degli Studi di Catania dal 2020, direttore della Scuola di Specializzazione nello stesso ambito dal 2012/2013 e responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Patologia Ostetrica e Ginecologica presso il Policlinico “G. Rodolico – San Marco”. Con una lunga esperienza nella ricerca e nella clinica, anche internazionale, e un ruolo attivo in centri multidisciplinari e società scientifiche nazionali e internazionali, rappresenta una voce autorevole sullo stato attuale della salute femminile.
Prof. Palumbo in base alle sue esperienze di studio e di ricerca negli Stati Uniti: quali sono le principali differenze rispetto al sistema sanitario Italiano e cosa possiamo migliorare?
“Negli Stati Uniti io mi sono occupato fondamentalmente di ricerca, ed è proprio questo il grande nodo rispetto all’Italia: gli investimenti. Negli USA si può vivere facendo ricerca medica, mentre da noi è molto difficile perché gli stipendi sono bassi e quindi la maggior parte dei medici si orienta verso l’assistenza. Dal punto di vista assistenziale, però, noi non abbiamo nulla da invidiare, anzi. In alcuni ambiti, soprattutto in ostetricia, siamo anche superiori qualitativamente. Il vero elemento che cambia è l’organizzazione del sistema: negli Stati Uniti le assicurazioni incidono direttamente sulle scelte cliniche.
Mi è capitato personalmente che un intervento laparoscopico non venisse autorizzato per motivi assicurativi. Questo significa che non sempre la decisione terapeutica dipende esclusivamente dal medico. In Italia, invece, il sistema sanitario garantisce maggiore autonomia clinica e accesso alle cure. Quindi abbiamo un sistema assistenziale molto valido, ma dobbiamo crescere sul fronte della ricerca. È lì che si costruisce il futuro della medicina e dove l’Italia dovrebbe investire di più.”
Endometriosi: perché è ancora una patologia difficile da riconoscere e quali sono oggi le principali sfide nella diagnosi e nella cura?
“L’endometriosi negli anni ha avuti un incidenza sempre maggiore, è una patologia in cui il tessuto endometriale si sviluppa al di fuori della sua sede naturale, causando un’infiammazione cronica che può danneggiare l’apparato genitale e incidere su tutto il benessere della donna. I sintomi vanno dal dolore pelvico cronico all’infertilità, fino a compromettere la qualità della vita, il lavoro e le relazioni. Il problema principale è il ritardo diagnostico. Ancora oggi la diagnosi certa è chirurgica e istologica, ma abbiamo tutti gli strumenti per sospettarla prima. Il punto è che i sintomi vengono spesso confusi con il dolore mestruale normale, mentre in realtà sono diversi per intensità e per modalità. Quando il dolore diventa importante, la malattia è già in fase avanzata. Ma importante da ricordare che il dolore non è mai ” normale”.
Non conoscendo la causa precisa, la prevenzione è difficile, ma la diagnosi precoce è fondamentale. Possiamo però anticipare la diagnosi e intervenire prima. Le terapie mediche, soprattutto ormonali, servono a bloccare la progressione della malattia e a ridurre i sintomi, ma non la eliminano. La chirurgia resta fondamentale, ma non può essere ripetuta continuamente, perché la malattia tende a recidivare. Serve quindi un equilibrio tra terapia medica e chirurgica e una gestione nel tempo, perché parliamo di una patologia cronica, ma in costante evoluzione medica e diagnostica per cercar di aiutare tutte le donne affette da questa malattia invisibile.”
Prevenzione: quali sono gli errori più frequenti che ancora oggi ostacolano diagnosi precoci e percorsi di cura efficaci?
“Negli ultimi anni, anche a causa del Covid, la prevenzione si è ridotta molto. Prima era un’abitudine consolidata, oggi stiamo tornando lentamente a quei livelli, ma non completamente. L’errore più frequente è ignorare o sottovalutare i sintomi. Un dolore pelvico importante non è normale, così come non è normale un sanguinamento in menopausa. Eppure molte donne tendono a normalizzare questi segnali o a gestirli solo con farmaci senza approfondire. C’è poi il tema delle infezioni: alcune, come clamidia e micoplasma, possono essere asintomatiche ma causare danni seri, ad esempio alle tube, compromettendo la fertilità. Questo è un aspetto spesso sottovalutato, soprattutto nei giovani.
Un altro errore importante riguarda il vaccino contro l’HPV. È l’unico vaccino che previene un tumore, ma l’adesione è ancora bassa. E non riguarda solo le ragazze giovani: anche le donne adulte possono vaccinarsi e devono comunque continuare a fare controlli. La prevenzione significa ascoltare il proprio corpo, riconoscere i segnali e non rimandare.”
Innovazione e tecnologia: quanto stanno cambiando la pratica clinica e quali sviluppi dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro?
“La tecnologia ha rivoluzionato la ginecologia, in particolare con la laparoscopia. Oggi possiamo intervenire in modo mini-invasivo, con maggiore precisione e tempi di recupero più rapidi. Io ho avuto modo di studiare e applicare queste tecniche anche all’estero, e posso dire che hanno cambiato concretamente la vita delle pazienti, soprattutto in patologie come l’endometriosi, dove la precisione chirurgica è fondamentale. Tuttavia, la tecnologia deve essere sempre accompagnata da una valutazione clinica attenta. Non esiste uno strumento che risolve tutto: è il medico che deve scegliere il percorso migliore per ogni paziente.
Stiamo anche approfondendo l’impatto di fattori ambientali, come le microplastiche e l’esposoma, cioè l’insieme delle esposizioni ambientali nel corso della vita. Questi elementi possono influenzare la salute femminile anche a livello epigenetico e rappresentano una frontiera importante della medicina del futuro, così come l’alimentazione, prediligendo diete mediterranee, più proteiche, correlate ad uno stile di vita sano, fondamentale per la cura della persona.”
Informazione e consapevolezza: come educare alla salute senza creare ansia o disinformazione?
“L’informazione è fondamentale, ma deve essere equilibrata. Non dobbiamo creare allarmismi, ma consapevolezza. La paziente deve essere informata e accompagnata, non spaventata. Gli ormoni, ad esempio, non agiscono solo sugli organi, ma anche sul sistema nervoso centrale, influenzando l’umore e il comportamento, e qui gioca un ruolo fondamentale la figura dello psicologo all’interno degli istituto ospedalieri, che accompagna le donne in tutte le fasi di diagnostica, da quella fertile, alla gravidanza e soprattutto post- gravidanza, contro i rischi della depressione post-partum, fino alla menopausa e tutte le conseguenze che comporta a livello fisiologico e psicologico nella vita di una donna.
Questo è evidente in fasi come la gravidanza e la menopausa, che sono momenti fisiologici ma complessi. La menopausa oggi rappresenta una parte importante della vita di una donna e deve essere gestita, non subita. Esistono terapie, sia ormonali che non, che permettono di migliorare il benessere psicofisico. È importante anche il ruolo del partner: l’uomo deve essere coinvolto, presente e partecipe, in ogni fase della vita. La salute femminile non riguarda solo la donna, ma l’intero contesto familiare e sociale.”
Consiglio pratico ai lettori: qual è il primo passo concreto per prendersi cura della propria salute?
“Il consiglio principale è non ignorare i segnali del proprio corpo. La prevenzione deve diventare un’abitudine, fatta di controlli regolari, attenzione ai sintomi e consapevolezza. A questo si aggiungono uno stile di vita sano, un’alimentazione equilibrata e una riflessione sui propri tempi biologici, soprattutto quando si parla di fertilità.
Durante le mie lezioni racconto che alla nascita ci sono 4 milioni di ovociti, alla prima mestruazione ne abbiamo 400mila, durante la fase fertile più o meno si hanno 400- 450 cicli ovulatori, il punto è la parte biologica dell’ovocita, che rimane nella stessa divisione cellulare nello stato embrionale e quindi nel tempo si danneggia il proprio DNA e non rimane più fertile, la fine degli ovociti non corrisponde con la fine della fertilità, l’anticipa di circa 10 anni.
Oggi si tende a rimandare, ma bisogna sapere che la fertilità ha dei limiti naturali e che la qualità degli ovociti diminuisce con l’età e si rischia di incorre a gravidanze a rischio, con patologie ostetriche tipo la preeclampsia, l’ipertensione, il diabete gestazionale che portano dei seri rischi sulla vita della gestante.
E poi c’è un messaggio importante per i giovani: bisogna seguire la propria passione. Non si può intraprendere un percorso, soprattutto in ambito medico, senza curiosità e motivazione. La ricerca non è solo un lavoro, ma un modo di approcciarsi alla vita. La curiosità e la passione sono fondamentali: chi lavora con passione riesce sempre a trovare la propria strada, fare la differenza, crescere davvero e a lasciare un segno in quello che fa.”












