Università di Catania

Al primo anno di università un giovane su dieci pensa al suicidio

suicidio
Quella che dovrebbe essere un’esperienza di formazione umana e professionale si rivela in alcuni casi un percorso sofferto, che provoca pensieri estremi negli studenti. Ma da cosa dipende questo disagio?

Dovrebbe essere un momento di realizzazione personale, un percorso di crescita umana, un sogno nel cassetto che finalmente si realizza per molti studenti, eppure l’ingresso all’università e il pensiero del conseguimento della laurea causano troppo spesso nei giovani stati di ansia e di disagio diffuso, che, in casi estremi, possono sfociare nell’idea del suicidio. Tra i numerosi studi che analizzano la correlazione tra ansia e suicidi con il percorso universitario, alcuni riscontrano una maggiore incidenza di questi fenomeni di malessere nel primo anno di università, mentre altri ancora ritengono che essi tendano a intensificarsi nella fase finale e in prossimità della laurea. Ma come si spiega questo disagio e come risolverlo?

Secondo un recente studio, realizzato per l’Istituto Ospedale del Mare di Ricerche Mediche di Barcellona e pubblicato poi sulla rivista “Suicide and Life-Threating Behavior”, almeno un giovane su dieci sarebbe soggetto a stati ansiogeni e prenderebbe in considerazione l’idea del suicidio al primo anno di università. Intervistando circa duemila studenti di dieci differenti università spagnole, si è scoperto che la media di fenomeni di questo tipo si alzava fino al 10%, senza distinzione di genere, negli studenti al primo anno accademico, rispetto al 4% dei coetanei non iscritti a un percorso di studi. Secondo gli studiosi la causa sarebbe da ricercare nel periodo di transizione che questi ragazzi si ritroverebbero a vivere, non più adolescenti e non ancora del tutto adulti. Questa situazione d’incertezza provocherebbe un forte squilibrio emotivo, causando mancanza di fiducia nella vita e apatia.

I casi di cronaca che negli ultimi anni hanno tinto di nero le pagine dei quotidiani, tuttavia, getterebbero luce su un differente, per quanto analogo, fenomeno che riguarderebbe gli studenti universitari. Infatti sarebbero numerosi i casi in cui gli universitari prendano in considerazione l’idea del suicidio o dell’autolesionismo non in prossimità dell’inizio dei loro studi, bensì sul finire, quando, vicini alla laurea, comincerebbero a sentire il peso dei propri fallimenti o inizierebbero a percepirsi come inadeguati per via dei ritardi negli studi, dell’incapacità di superare gli esami, per la lentezza rispetto ai colleghi e via dicendo.

È in questo contesto di sfiducia nelle proprie capacità che molto spesso gli studenti iniziano a mentire a casa e ai propri cari, sostenendo di trovarsi già in procinto di conseguire la laurea, mentre sono, al contrario, indietro di molte materie. Ne è un esempio il caso di Giada, la 26enne molisana che si tolse la vita nel giorno della sua “finta” laurea”, lanciandosi dal tetto della sua università, la Federico II, poiché non aveva il coraggio di confessare ai suoi cari di essere molto indietro nel suo percorso universitario. Ma il caso di Giada non è di certo l’unico, anzi sono numerosissimi gli episodi analoghi verificatesi negli ultimi anni.

La domanda sorge spontanea: perché mentire ai familiari? Non sarebbe più semplice ammettere di avere incontrato degli ostacoli durante il percorso? Secondo i dati di Skuola.net circa il 35% degli studenti mente a casa circa gli esiti della propria carriera universitaria. Strano a dirsi, però, i “bugiardi” non hanno paura di scatenare l’ira dei parenti, bensì temono di causare in loro un sentimento ben più spaventoso della punizione, vale a dire la delusione. Oggigiorno i genitori hanno smesso un po’ l’abito da tutore rigoroso per vestirsi dei panni degli amici, a favore, senz’altro, di una migliore affettività ed equilibrio emotivo dei figli. Tutto ciò, sfortunatamente, contribuisce ad aggravare il carico di aspettative che i ragazzi fanno ricadere su se stessi, non ammettendo come valida e costruttiva l’ipotesi del fallimento.

E nell’accettazione dell’errore e dei limiti sta proprio la soluzione di tali fenomeni di ansia e di scoramento verso il futuro. Bisogna in primis, quindi, comprendere e far propria l’idea che un fallimento non sia la fine del mondo, bensì l’occasione per ritentare e fare meglio. Un approccio costruttivo all’errore è indispensabile per comprendere che da ogni esperienza, anche la più fallimentare, c’è qualcosa da imparare e che solo sbagliando si può diventare adulti.

A proposito dell'autore

Debora Guglielmino

Classe '94, la passione per l'informazione e il giornalismo mi accompagna sin da quando ero ancora una ragazzina. Studentessa di Scienze della Comunicazione, amo la lettura e le atmosfere patinate ed eleganti tratteggiate nei romanzi della Austen. Appassionata e ambiziosa, sogno di poter un giorno conoscere il mondo e di raccontarlo attraverso una penna e un taccuino.

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