Il coinvolgimento dei minorenni nella criminalità organizzata torna a far discutere dopo la pubblicazione del rapporto “(Dis)armati” di Save the Children”, che analizza la diffusione della violenza giovanile in Italia nel primo semestre del 2025. Se da un lato nel Paese la criminalità minorile resta tra le più basse d’Europa, dall’altro emergono segnali di cambiamento nelle forme e nell’intensità della violenza tra adolescenti. In questo quadro, Catania si distingue per un dato particolarmente allarmante: il numero più alto di minorenni coinvolti in associazioni di tipo mafioso. Il fenomeno, che si intreccia con disagio sociale, fragilità emotive e nuove dinamiche digitali, impone una riflessione più ampia sul ruolo delle istituzioni, della scuola e della comunità nel prevenire e contrastare queste derive.
Catania: il peso dei numeri nel 2025
Secondo i dati raccolti nel rapporto, nei primi sei mesi del 2025 sono stati 46 i minorenni denunciati o arrestati in Italia per associazione mafiosa, un numero che lascia intravedere un possibile aumento rispetto al 2024, quando i casi registrati erano stati 49 nell’intero anno, come evidenziato nell’articolo Criminalità giovanile, blitz in tutta Italia con 73 arresti: coinvolta la Sicilia.
A colpire è la distribuzione territoriale: quasi la metà dei casi si concentra tra Catania e Napoli, con 15 minorenni coinvolti nel capoluogo etneo e 6 nella città campana. Il dato relativo a Catania è particolarmente significativo se confrontato con quello dell’anno precedente: nel 2024 erano stati solo tre i minori segnalati per questo reato.
L’incremento indica come la presenza delle organizzazioni criminali continui a esercitare una forte attrazione sui più giovani, soprattutto nei contesti in cui la criminalità organizzata è radicata nel tessuto sociale e culturale.
Adolescenti più “armati”, ma sempre più fragili
Il Rapporto mette in luce una contraddizione evidente: se da una parte cresce la presenza di armi tra i ragazzi, dall’altra molti adolescenti appaiono sempre più “disarmati” dal punto di vista emotivo e relazionale. Ragazzi e ragazze spaventati da un mondo esterno che considerano pericoloso, imprevedibile, segnato da conflitti e violenze all’interno delle famiglie e nella società, con casi di autolesionismo e tentati suicidi e, in alcuni casi, uso di sostanze e dipendenze.
Nel complesso, i dati regionali mostrano un quadro articolato. In Sicilia, tra il 2014 e il 2024 è diminuita l’incidenza dei minori segnalati per rapina e associazione per delinquere, con un calo di 0,18 casi ogni mille abitanti nella fascia tra i 14 e i 17 anni.
Parallelamente, però, crescono altri indicatori di violenza giovanile. Aumentano infatti le segnalazioni per lesioni personali e per porto d’armi, fenomeno che riguarda in particolare le città di Palermo e Catania. Nel capoluogo siciliano i minori denunciati o arrestati per porto d’armi sono passati da 13 nel 2014 a 46 nel 2024, mentre a Catania sono saliti da 11 a 16 nello stesso periodo.
Si tratta di numeri che evidenziano una trasformazione nella tipologia dei reati: meno criminalità organizzata “tradizionale” tra gruppi strutturati, ma più episodi di violenza diretta e una crescente diffusione di armi tra adolescenti.
Povertà educativa e ricerca di appartenenza
Alla base di questo fenomeno, secondo l’analisi condotta dal Polo Ricerca di Save the Children, vi sarebbe soprattutto la povertà educativa. Nei contesti in cui mancano opportunità formative, sociali e lavorative, l’illegalità può apparire ai giovani come un’alternativa capace di offrire identità, protezione e riconoscimento.
Il rapporto sottolinea come l’affiliazione criminale nasca spesso nei vuoti di prospettive, dove l’appartenenza a un gruppo mafioso diventa una forma di integrazione sociale. In alcuni casi, l’ingresso nelle attività illegali avviene anche attraverso relazioni familiari o contesti di quartiere già segnati dalla presenza della criminalità organizzata.
“Per prevenire e affrontare il complesso fenomeno della violenza giovanile è fondamentale un cambio di prospettiva da parte del mondo adulto, che spesso fatica ad ascoltare davvero i giovani e a coglierne i bisogni più profondi”. Antonella Inverno, Responsabile ricerca e analisi dati di Save the Children
Per molti ragazzi, queste scelte vengono percepite come inevitabili, soprattutto quando le alternative sembrano inesistenti o difficilmente raggiungibili. Molti raccontano di sentirsi soli, di vivere rabbia e frustrazione o di percepire il futuro come incerto e minaccioso. In alcuni casi emergono anche segnali più profondi di disagio, come autolesionismo, disturbi alimentari o tentativi di suicidio.
Social media e nuove forme di violenza
Negli ultimi dieci anni è cambiato anche il modo in cui la violenza giovanile si manifesta. Oggi gli episodi sono più immediati, più visibili e spesso amplificati dai social media. Le piattaforme digitali diventano strumenti per organizzare incontri o scontri tra gruppi, diffondere video di aggressioni e costruire dinamiche di rivalità o appartenenza.

Secondo i dati del rapporto, il 13,4% dei ragazzi tra i 15 e i 19 anni dichiara di aver assistito online a scene di violenza filmate, mentre una parte più ridotta ammette di aver registrato personalmente episodi simili.
La violenza, in questo contesto, assume talvolta una dimensione performativa: non solo un atto impulsivo, ma anche un gesto da mostrare e condividere pubblicamente, alla ricerca di visibilità o riconoscimento all’interno del gruppo. La violenza di strada non è più confinata alle aree marginali, ma coinvolge anche ragazzi provenienti da famiglie e ambienti socialmente integrati, senza distinzione tra ricchi e poveri, italiani, anche di seconda generazione, e stranieri.
Prevenzione, educazione e comunità: le sfide future
Di fronte a questi dati, gli esperti sottolineano che una risposta basata esclusivamente sulla repressione rischia di essere inefficace. Concentrarsi solo sul reato o sull’arma utilizzata, infatti, può far perdere di vista il percorso personale del minore e le cause profonde del disagio.
Per contrastare davvero la violenza giovanile è necessario rafforzare le politiche educative e preventive, investendo in percorsi di educazione alla NONVIOLENZA nelle scuole, servizi di supporto psicologico e programmi di educativa di strada.
“Puntare su punizioni e misure repressive può sembrare una risposta immediata, ma non funziona. La violenza giovanile nasce spesso in un vuoto educativo e sociale: è lì che bisogna intervenire”. Giorgia D’Errico, Direttrice Relazioni Istituzionali di Save the Children.
Fondamentale è anche la creazione di spazi sicuri di aggregazione per adolescenti e giovani, oltre a una collaborazione più stretta tra scuole, famiglie, servizi sociali e istituzioni locali. Solo attraverso una rete educativa solida e condivisa sarà possibile offrire ai ragazzi alternative concrete alla cultura della violenza e della criminalità, perché dietro ogni numero non c’è solo un reato, ma la storia di un ragazzo che, senza alternative, rischia di trovare nella criminalità l’unica forma di appartenenza.













