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Home In Copertina

Storia della mafia, le origini: dagli agrumeti al prefetto di ferro – Parte I

Francesco Portoghese di Francesco Portoghese
7 Agosto 2024
in In Copertina
Tempo di lettura: 5 minuti di lettura
storia-della-mafia
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ANNUNCIO PUBBLICITARIO

La parola “mafia” venne utilizzata per la prima volta dalla commedia “I mafiusi di la Vicaria“, andata per la prima volta in scena a Palermo nel 1863. L’opera parla di mafiusi: dei camorristi, banditi e criminali senza una particolare organizzazione. Ciò che viene messo in risalto è la mentalità del mafiusu. Per descriverla, basta guardare all’etimologia del termine. Ci sono diverse ipotesi:

  • potrebbe derivare dall’arabo “mahyas”, spavalderia;
  • oppure da “mahafal”, assemblea;
  • o ancora da “mu’afa”, protezione.

Spavalderia, assemblea e protezione: i primi tre elementi insiti nella parola mafia.

Nel 1874 sul New York Times apparì un articolo intitolato “What is maffia?“, un primo tentativo di indagine sulla criminalità organizzata, definita come: “un sindacato criminale i cui membri spaziavano da nobili, giudici, avvocati, mercanti, agricoltori… dalle alte classi della società fino agli scippatori metropolitani“. Ancora nel 1877 il New York Times produsse un’altra definizione che vedeva la mafia come “un’organizzazione spontanea di coloro che commerciano nel crimine“.

Le origini della mafia

La mafia ottocentesca può in effetti essere considerata come un’organizzazione commerciale che si avvale della violenza per ottenere vantaggi dalla concorrenza. Le origini del fenomeno, in Sicilia, si possono individuare tra gli anni 1860 e 1873, periodo nel quale due fattori chiave vennero a coincidere.

  1. Il primo fu una generale debolezza delle istituzioni che, per disinteresse o per incapacità, mal governò la Sicilia ottocentesca accentuando il malcontento e la sfiducia degli isolani nei confronti dello Stato;
  2. Il secondo fattore fu lo sviluppo di un’attività commerciale da un lato, redditizia, e dall’altro, molto delicata: il commercio degli agrumi. Nel 1795 la Royal Navy britannica adottò i limoni come cura per lo scorbuto che infettava i suoi equipaggi e, nella prima metà dell’ottocento, l’essenza di bergamotto acquistò valore in quanto ottima per aromatizzare il tè. Il risultato fu un incremento massiccio del rendimento degli agrumeti che per tutto l’ottocento si espansero in Italia e in Sicilia.

Questo tipo di commercio comportava grossi rischi per gli imprenditori. Un grosso investimento iniziale era necessario per dissodare il terreno e piantare gli arbusti che, solo dopo circa 8 anni di crescita, avrebbero cominciato a dare i propri frutti. Inoltre, il proprietario doveva prestare grande attenzione per la protezione del suo campo: vandali e ladri potevano facilmente rubare e danneggiare gli alberi, molto delicati.

In questo contesto, soprattutto intorno alla Conca d’Oro di Palermo, nacquero delle formazioni proto-mafiose con un modus operandi ben preciso:

  1. prima, sfruttando la debolezza delle forze dell’ordine, i suoi membri attaccavano gli agrumeti, tagliando alberi e uccidendo guardiani e contadini;
  2. Poi, mettendosi in contatto con i proprietari dei campi danneggiati, imponevano il pagamento di un racket che garantiva la “protezione” dagli attacchi.

Cosi la mafia mosse i primi passi in Sicilia

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L’ascesa delle cosche e il fallimento delle istituzioni

Tra il 1876 e il 1904 le cosche mafiose degli agrumeti cominciarono un’ascesa verso le alte sfere della società italiana. Corrompendo politici, giudici e funzionari, la mafia si ritagliò uno spazio di azione che permetteva di agire indisturbati. Oltre gli agrumeti, le estorsioni mafiose cominciarono ad abbracciare una sempre più ampia gamma di attività commerciali.

Nel 1898, con l’arrivo del governo autoritario di Pelloux, la mafia iniziò ad essere presa sul serio. Il governo nominò questore di Palermo Ermanno Sangiorgi: un ufficiale zelante operativo in Sicilia dal 1883. Egli si imbarcò in una lotta feroce contro la mafia. In due anni, stese 31 resoconti per un totale di 485 pagine manoscritte dove venivano messe in luce le cosche mafiose attive.  Sangiorgi identificò 218 indagati, suddivisi in 8 cosche (Piana dei Colli, Acquasanta, Falde, Malaspina, Uditore, Passo di Rigano, Perpignano, Olivuzza). Fu la prima operazione capace di gettare luce efficacemente sul mondo della mafia siciliano.

Tuttavia, il primo processo contro la mafia si risolse in un nulla di fatto. La mancanza di un adeguato meccanismo di protezione dei testimoni permise alla mafia di rintracciarli per costringere loro a ritrattare le accuse. Ci furono solamente 32 condanne, in media per un breve periodo di detenzione (circa 3 anni e 6 mesi). Il processo era fallito. In seguito, Sangiorgi commentò: “non poteva essere diversamente, se quelli che li denunziavano la sera andavano a difenderli la mattina“.

Socialismo e fascismo: la mafia in guerra

Il periodo che va dal fallimento del processo Sangiorgi fino all’avvento del fascismo in Italia vide uno scarso interesse della nazione per il problema della mafia: i giornali liquidavano in fretta i vari omicidi e non furono intraprese operazioni giudiziarie degne di nota. In quel periodo, la mafia si concentrò su due fronti:

  1. da un lato quello della lotta al socialismo contadino in Sicilia (sia prima della Grande Guerra, sia dopo, durante il Biennio rosso);
  2. dall’altro quello dell’ingrossamento delle proprie fila tramite il reclutamento dei tanti renitenti alla leva che si rifiutavano di combattere durante la Prima Guerra Mondiale.

L’arrivo del fascismo in Italia dettò un netto cambio di passo dell’atteggiamento dello Stato nei confronti della mafia. Inizialmente, i mafiosi ben accolsero l’ascesa del Duce. Essi ritenevano che il fascismo avrebbe governato la Sicilia con scarso interesse, delegando il potere ad enti locali facilmente manipolabili.

Tuttavia, l’atteggiamento autoritario, statalista e militaresco del regime minarono le prospettive di una coesistenza pacifica tra fascismo e mafia. Un episodio divenne emblematico. Nel maggio del 1924 Mussolini si recò per la prima volta in visita in Sicilia. Durante il corteo di benvenuto, il sindaco di Palermo Francesco Cuccia (mafioso) si avvicinò al Duce e, in riferimento alla corposa scorta armata presente, disse: “Voscenza è sotto la mia protezione. A cosa le servono tutti questi sbirri?“. Mussolini si infuriò per l’affermazione così oltraggiosa. Il racconto passò alla storia come il catalizzatore dello scontro tra il regime e i mafiosi siciliani.

L’uomo dal pelo sul cuore

L’1 gennaio 1926 il comune di Gangi, roccaforte di banditi e mafiosi sulle Madonie, si vide di colpo isolata. Polizia e carabinieri tagliarono i cavi telefonici e telegrafici, bloccarono le strade e occuparono le colline intorno al paese: era iniziato l’assedio. Le forze dell’ordine stanarono uno ad uno i mafiosi e i banditi annidati nel paese utilizzando una durezza mai vista prima. Era la prima grande azione della guerra del fascismo contro la mafia.

Nel 1925, una volta consolidato il potere, Mussolini nominò prefetto di Palermo Cesare Mori, un uomo “col pelo sul cuore“, famoso per la sua risolutezza e determinazione nella lotta alla criminalità. Seguendo alla lettera il suo motto, “se la mafia fa paura, lo Stato deve farne di più“, il “Prefetto di ferro” si mise all’opera. A suon di rastrellamenti, perquisizioni e retate, la mafia subì un durissimo colpo. In totale, in 3 anni di attività Morì fece arrestare oltre 11 mila persone. Il pentito di mafia Antonino Calderone racconterà che: “I mafiosi erano usciti impoveriti dal fascismo. Dopo la guerra non c’era quasi più mafia. La mafia era una pianta che non si coltivava più. Mio zio Luigi, un capo, un’autorità, si era ridotto al punto di fare il ladro per sopravvivere”.

La caduta del fascismo e l’arrivo degli americani salvarono la mafia. La rinascita della mafia dal 1945 in poi nell’articolo successivo sul tema.

 

Tags: cosa nostramafiaStoria della mafia

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