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Dai sicani agli spagnoli: origini, influenze e curiosità del siciliano

La storia della Sicilia viaggia nei secoli, e in questo viaggio si è arricchita diventando un melting pot invidiabile. Ripercorriamo un viaggio nella cultura siciliana attraverso le lingue che hanno segnato la nostra storia.

La Sicilia fu casa di molti popoli, dai sicani ai greci, dai romani agli arabi, dai normanni agli spagnoli, e ciascuno di essi ha lasciato nella nostra identità segni indelebili tuttora tangibili. Molte dominazioni avvennero sotto un’aura di convivenza pacifica: si tendeva, infatti, a valorizzare ciò che il territorio già offriva invece che a distruggerlo. Ancora oggi sia in architettura che in cucina che nelle parole che quotidianamente utilizziamo, sentiamo l’eco lontana delle culture che ci hanno resi ciò che siamo. 

La lingua siciliana

Una lingua è la storia di un popolo; scavando tra le sue radici è possibile trovare interessanti racconti di un tempo che ha lasciato le sue tracce. Già Dante Alighieri nel De Vulgari Eloquentia eleva il siciliano a lingua superiore alle altre in valore artistico. Non manca poi un riconoscimento da parte dell’UNESCO: il dialetto siciliano è stato riconosciuto come lingua regionale in pericolo di estinzione. Il suo valore deriva dal fatto che il siciliano non deriva dall’italiano, ma direttamente dal latino parlato e da una serie di dialetti usati in Sicilia nel corso dei secoli. 

Il siciliano ha il vanto di essere la prima lingua letteraria italiana, comparsa in Sicilia nel XIII secolo grazie alla Scuola siciliana della corte di Federico II di Svevia. Il primo sonetto ha origini siciliane: fu composto da Jacopo da Lentini, capostipite della Scuola. Nei sonetti siciliani si cantava d’amore e di passione, e la nostra lingua ha accolto tra le sue braccia trovatori d’ogni parte desiderosi di fare arte. 

Da dove veniamo?

Nel nostro dialetto è possibile riconoscere cinque principali stratificazioni: greco-classica, greco-bizantina, araba, franco-latina del periodo normanno e catalano-castigliana del periodo aragonese spagnolo. Attualmente è anche possibile dividere la nostra isola in tre aree, dentro le quali il siciliano si è sviluppato comprendendo alcune variazioni dialettali: un’area palermitana, trapanese e agrigentina; un’area nisseno-ennese, agrigentina orientale e delle Madonie; un’area siracusano-catanese, nord orientale, messinese e sud orientale.

I termini che quotidianamente adoperiamo nel nostro linguaggio hanno viaggiato per secoli e secoli di storia. Al latino dobbiamo ad esempio termini come “antùra” (da ante horam), “accattàri” (da ad-captare) o “tràsiri” (da transire); dall’arabo abbiamo preso in prestito parole come “azzizzàri” (da “aziz”, splendido), sciàrra (da “sciarrah”, ostilità), ancora diversi toponimi come Marsala (da Marsa Allah/Alì, porto di Dio/Grande), Alcàntara (da al-qantar, arco, ponte) o Favara (da fawwara, sorgente di acqua). Il nostro vocabolario presenta centinaia di termini che, se se ne ricerca l’origine, parlano diverse lingue come “addummiscìrisi” (dallo spagnolo adormecerse), “annacàri” (dal greco naka), curtìgghiu (dallo spagnolo cortijo) o “raggia” (dal francese rage).

Curiosità 

Ci sono alcuni vocaboli che hanno origini interessanti. Dire “a matula” è ormai diventato d’uso comune nel siciliano di ogni giorno, sinonimo di “parlare a vuoto”. Il termine deriva dal latino “mentula”, che indicava l’organo di riproduzione maschile. pertanto, parlare a matula assume un significato di facilissima comprensione. Anche il termine – oggi tristemente noto in Sicilia – “mafia” avrebbe origini orientali. In Arabo “aifa” indicherebbe la forza, mentre la “m” davanti al termine segnerebbe un avversativo, “non”. Mafia quindi in origine avrebbe potuto significare “non forte”, “non prepotente”, a sostegno quindi del popolo contro lo strapotere dei signorotti. Oggi sappiamo come il termine sia diventato simbolo di una piaga profonda che segna il nostro popolo e la nostra storia.

Nel 2009, anche la “cantantessa” siciliana Carmen Consoli scrive un brano dal titolo A’ Finestra, in cui racconta la nostra bella isola che passa davanti al balcone di chi curiosamente sta a guardare quello che siamo e aspetta giorno dopo giorno che le cose cambino, forse ricordandoci quello che un tempo eravamo. “Sugnu sempri alla finestra e viru a ranni civiltà ca ha statu, unni Turchi, Ebrei e Cristiani si stringeunu la manu, tannu si pinsava ca “la diversità è ricchezza” tempi di biddizza e di puisia, d’amuri e di saggezza. Zoccu ha statu aieri, oggi forsi ca putissi riturnari si truvamu semi boni di chiantari, ‘Nta sta terra ‘i focu e mari oggi sentu ca mi parra u cori e dici ca li cosi stannu pì canciari…”.