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Etna Comics 2019, Giorgio Vanni si racconta: “Fan, siete una terapia pazzesca”

Da Dragon Ball ai Pokèmon, da 30 anni a questa parte è un vero e proprio punto di riferimento per gli amanti dei cartoons, nonché una delle voci più riconoscibili degli anni '90. Giorgio Vanni si racconta alla stampa nella nona edizione di Etna Comics.

Ricordate Dragon Ball Z? E i Pokèmon? È quasi impossibile ripensare ai cartoon degli anni ’90 senza canticchiarne le sigle: allegre, ritmate, eseguite dall’inconfondibile voce di Giorgio Vanni, classe ’63 ma con l’animo di un ragazzino spensierato.

Un cuore a forma di Pokèball

Non esiste Giorgio Vanni senza i cartoni che hanno gettato le basi della sua carriera musicale. Lo dice fieramente, lo mostra con i tatuaggi di Pikachu e del drago Shenron che esibisce sul braccio destro. “I Pokèmon sono nel mio cuore con Dragon Ball – ammette sorridendo Vanni – perché mi hanno cambiato la vita. Hanno cambiato la mia vita e anche la vita del mio socio, ammiraglio Max Longhi che ha composto insieme a me tutte queste sigle.

E di Pokèmon si continua a parlare quando Vanni rivela il suo amore per i generi reggae e ska, che ha inserito in una delle sue sigle senza esitazione. “Pokèmon Sole e Luna è un cartone che si sviluppa su un’isola e poi in quel momento il reggaeton poteva andare benissimo – ha dichiarato Vanni -. Poi lo ammetto tranquillamente: ogni tanto diciamo ok, in questo momento potrebbe esser forte fare il rock, a noi piace un certo tipo di rock, e in quel momento era forte fare il reggaeton“. Fondamentale in quell’occasione la collaborazione dell’artista siculo-cubano Dago Hernandez, che al brano ha regalato autenticità. “Nel reggaeton ci voleva il rap, che poi non è rap ma raggamaffin di qualcuno madrelingua, per cui abbiamo chiamato Dago che è stato bravissimo“.

Le sigle all’epoca di internet

Sempre più utenti preferiscono i servizi on-demand e internet alla televisione. Con sempre meno case di produzione e reti pronte a investire nel business delle sigle per i cartoon. Ma lì dove la TV decide di non andare, arriva YouTube. “Gli YouTuber – inizia Vanni – vengono da noi a chiederci le sigle per le loro produzioni mentre le tv si sono dimenticate di questa cosa qua“. Ed è grazie a loro, che il cantante difende dalla furia degli hater, che le nuove generazioni si stanno avvicinando a qualcosa che sembrava più appannaggio dei nostalgici degli anni ’90. “Il rapporto con i Millennials è molto buono. Un importantissimo direttore di una fiera molto importante […] mi ha detto: ‘Cavolo, Giorgio, devo dire che il tuo pubblico è anche molto giovane. Si è abbassata molto l’età’ – ha raccontato alla stampa -. Questo perché io faccio molte collaborazioni con questi YouTubers, miei fan come iPantellas, i PanPers, ecc. E tutti questi ragazzi giovani, molto giovani, comunque riscoprono anche le sigle dei cartoni animati. Piace questa musica, per cui è ottimo il rapporto.

Il fatto che le piattaforme on-demand permettano di skippare le sigle non preoccupa affatto Vanni, che dice: “[Io e l’Ammiraglio Max] non ci preoccupiamo tanto del cambiamento delle condizioni, perché continuiamo a far musica e inventiamo sempre delle situazioni ma siamo anche, devo dirlo, abbastanza richiesti. Siamo capaci di quel tipo di lavoro e ci viene richiesto ancora.

Storia di una carriera che si evolve

Vanni ha parlato ai microfoni di LiveUniCT dei cambiamenti che la sua carriera ha subito da quando la cultura nerd è diventata mainstream e i suoi spettacoli sono diventati l’attrazione principale di serate ed eventi. “Vado in giro e non riesco a camminare perché mi fermano. È una cosa bellissima, fantastica, che auguro a tutti. Io tra l’altro sono un po’ come Benjamin Button: perché a [a me come] lui capitano tantissime cose da vecchio. Ora, io non sono vecchio. Io a trent’anni avrei voluto questo tipo di riscontro, di fama, anche per la mia professione. Ma non è tanto la fama per la fama ma perché è una terapia. Voi siete una terapia fantastica – ammette Vanni con un enorme sorriso -.

L’amore per la musica mi ha portato a voi, mi ha portato all’amore per la cultura nerd, mi ha portato al vostro affetto. Per cui è…non si tratta di professione, se io mi faccio il tatuaggio di Pikachu e di Shenron. Quando mi sono tatuato Shenron, quando sono andato in studio, prima di entrare in studio, ho detto [commosso]: questa è la mia vita. Io racconto una parte della mia vita che è importantissima. Non c’è differenza. Io mia moglie l’ho conosciuta perché è la sorella del ragazzo che ci portava in giro a fare gli spettacoli. Per cui c’è tantissimo. Non si scinde quasi mai questa cosa qua. Poi io sono un super nerd per la fantascienza e i cartoni. Devo dire che la cosa importante è che ho realizzato il mio sogno perché io volevo stare sul palco e avere tanta gente, cantare per tanta gente”.

Le perle di saggezza per i suoi fan

Quando abbiamo chiesto a Vanni cosa vorrebbe condividere con i fan, ma che di rado riesce a dire, ha risposto:  “La cosa che vorrei trasmettere è che spesso mi dicono nei messaggi che arrivano su Instagram, da parte di chi vuole intraprendere questa professione, ‘Come si fa a diventare famosi?’. Allora, la fama è una conseguenza – ci tiene a precisare -. Prima ci vuole la passione, l’amore. Io mi metto ancora con la chitarra davanti alla televisione mutata, guardo cartoni e film, e compongo. Quello è l’amore, quella è la passione. Prima di tutto quello.

Io vorrei che mi chiedessero ‘Cavoli, ma perché sei qui?’. Perché c’è amore e c’è passione, rispetto alle cose che fai. Sia per me che per l’ammiraglio Max. Diciamo che questa è una domanda che non mi viene fatta spesso e vorrei che mi venisse fatta perché oggi viviamo in un mondo in cui l’importanza è più l’esposizione, più la fama. Allora dovrei sviluppare il sedere per fare il twerk e avere 20M di followers? Quella roba lì ci sta, va bene, ognuno fa quello che vuole, però prima ci vuole la passione e l’amore per qualcosa. Poi dopo arriva tutto il resto”.