Il Mar Mediterraneo sta attraversando una fase di trasformazione sempre più rapida: l’acqua si riscalda, aumenta l’acidificazione e si intensificano gli eventi meteorologici estremi. Una tendenza che, secondo gli esperti, impone un cambio di passo nella gestione del rischio ambientale e costiero.
Le parole dei ricercatori
Secondo i ricercatori, non è più sufficiente affidarsi a singoli progetti di studio: è necessario un coordinamento strutturato che trasformi le informazioni oceanografiche in strumenti operativi per la gestione del territorio. Nel corso dell’incontro, la direttrice generale Paola Del Negro ha sottolineato il ruolo strategico delle aree insulari e, in particolare, della sede OGS di Milazzo come laboratorio naturale per lo studio del clima e del Mediterraneo. “La sfida si vince solo facendo rete”, è stato il messaggio ribadito. Sul piano scientifico, il direttore della sezione di oceanografia Cosimo Solidoro ha evidenziato come il riscaldamento degli oceani rappresenti una conseguenza diretta dell’accumulo di gas serra, con effetti che incidono non solo sugli ecosistemi ma anche sulle attività economiche costiere. Pesca, portualità e infrastrutture risultano infatti sempre più esposte ai cambiamenti in corso, mentre l’innalzamento del livello del mare e le ondate di calore marine impongono una revisione delle strategie di pianificazione territoriale.
Al centro dei lavori anche la presentazione dei dati raccolti durante la tempesta “Harry”, grazie al progetto PNRR Itineris, che ha permesso di monitorare il Mediterraneo con una rete avanzata di strumenti, tra cui 25 sonde autonome “Argo float” e boe di superficie. Un sistema di osservazione che punta a migliorare la comprensione dei fenomeni estremi e a rafforzare la capacità predittiva delle istituzioni scientifiche.
“Abbiamo osservato un trasporto del calore scatenato dal ciclone fino a 400 metri di profondità – hanno illustrato i ricercatori dell’OGS – L’acqua calda aumenta di volume gonfiando il mare e peggiorando le inondazioni costiere. Allo stesso tempo, questi moti sottomarini riportano in superficie preziosi nutrienti, scatenando estese fioriture algali che si rivelano i nostri migliori alleati per assorbire enormi quantità di anidride carbonica”. E ancora: “La comunità scientifica italiana sa come prevedere dove e come un’inondazione colpirà un porto o una città. Ma manca un braccio politico che strutturi queste conoscenze. Un sindaco non ha gli strumenti per interpretare i dati grezzi. Serve una cabina di regia governativa che raccolga i modelli dell’OGS e degli altri enti di ricerca per fornire valutazione del rischio chiare e pianificazioni adattive. Dobbiamo progettare oggi opere ingegneristiche in grado di essere riadattate ai livelli del mare dei prossimi cinquant’anni”.











