Pensioni 2026: con l’arrivo del 2026, milioni di pensionati italiani vedranno un piccolo, ma significativo, aumento dei loro assegni. A determinare la crescita è la cosiddetta perequazione, il meccanismo che ogni anno aggiorna le pensioni in base all’inflazione, così da non erodere il potere d’acquisto di chi vive solo della pensione.
Ma la Legge di Bilancio 2026 non si limita agli aumenti automatici: porta con sé anche novità rilevanti sulle possibilità di accesso alla pensione, segnando l’addio a strumenti storici come Quota 103 e Opzione Donna, e confermando l’Ape Sociale per chi si trova in situazioni di particolare fragilità. Analizziamo insieme come cambieranno i numeri e cosa significa concretamente per chi percepisce una pensione.
Gli aumenti degli assegni: quanto cambiano le pensioni nel 2026
Secondo i dati e gli studi condotti da Today la perequazione automatica interessa soprattutto le pensioni fino a quattro volte il trattamento minimo, ovvero fino a circa 2.413 euro lordi al mese. Per questi assegni, l’incremento previsto è dell’1,4%, mentre per le pensioni più elevate la percentuale scende leggermente, anche se in termini assoluti l’aumento sarà più consistente.
In pratica, chi percepisce pensioni basse vedrà un incremento modesto: per esempio, un pensionato con assegno di 632 euro netti otterrà circa 9 euro in più al mese, mentre chi percepisce 1.800 euro netti guadagnerà 23 euro mensili. Numeri che possono sembrare piccoli, ma che, sommati nell’arco di un anno, aiutano a compensare almeno in parte l’aumento dei prezzi di beni e servizi quotidiani. Questo meccanismo serve quindi più a difendere il potere d’acquisto che a incrementare significativamente il reddito.
Le novità della manovra: addio a Quota 103 e Opzione Donna
Accanto agli aumenti, la Legge di Bilancio 2026 introduce cambiamenti strutturali sul fronte pensionistico. Spariscono due strumenti storici per l’uscita anticipata: Quota 103 e Opzione Donna, misure che negli ultimi anni avevano consentito di ritirarsi prima dal lavoro.
Rimane invece l’Ape Sociale, il cosiddetto “scivolo pensionistico”, riservato a chi ha almeno 63 anni e 5 mesi di età e 30 anni di contributi, ma che si trovi in situazioni di particolare fragilità: disoccupati di lungo periodo, caregiver, invalidi civili o lavoratori impiegati in attività gravose. Una misura che continua a rappresentare una via d’uscita importante per chi non può proseguire il lavoro fino all’età piena, garantendo al contempo il diritto alla pensione in condizioni di tutela sociale.
L’età pensionabile torna a salire
Un altro nodo cruciale riguarda l’innalzamento graduale dell’età pensionabile, legato al meccanismo automatico che tiene conto della speranza di vita. La manovra prevede:
Pensione di vecchiaia;
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dal 2027: 67 anni e 1 mese;
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dal 2028: 67 anni e 3 mesi.
Pensione anticipata;
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dal 2027: 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne;
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dal 2028: 43 anni e 1 mese per gli uomini e 42 anni e 1 mese per le donne.
Anche se questi aggiustamenti possono sembrare piccoli, il loro impatto è reale, soprattutto per chi lavora in settori dove non sono previste uscite anticipate. Il governo ha comunque previsto una parziale sterilizzazione dell’aumento nel 2027 per ridurre il peso sui lavoratori, confermando l’attenzione verso categorie più fragili come chi svolge attività gravose o usuranti.













