Oltre 70 mila firme per una proposta di legge che punta a rendere il benessere psicologico un diritto garantito dal Servizio sanitario nazionale. Dalla scuola al lavoro, passando per università e territori, l’obiettivo è costruire una rete pubblica capace di prevenire il disagio prima che diventi malattia.
Un bisogno sempre più diffuso che non può più essere ignorato
Per molto tempo il disagio psicologico è rimasto confinato nella sfera privata. Ansia, depressione, attacchi di panico e sofferenza emotiva venivano spesso vissuti in silenzio, accompagnati dallo stigma e dalla paura del giudizio. Oggi, però, qualcosa è cambiato. La salute mentale è diventata una questione sociale e sanitaria che riguarda milioni di persone e che impatta sulla qualità della vita, sulle relazioni, sul lavoro e persino sulla tenuta economica del Paese.
I numeri raccontano una realtà sempre più evidente. Nel 2024 gli accessi ai pronto soccorso italiani per motivi psichiatrici hanno superato quota 636 mila, mentre quasi 272 mila persone si sono rivolte per la prima volta ai servizi di salute mentale. Nello stesso anno sono state prescritte decine di milioni di confezioni di antidepressivi e i servizi territoriali hanno erogato oltre dieci milioni di prestazioni. Dati che fotografano una domanda crescente di supporto psicologico e psichiatrico, spesso però destinata a scontrarsi con liste d’attesa troppo lunghe e con la difficoltà di sostenere i costi delle cure private.
Dalla cura alla prevenzione: il cambio di paradigma

È proprio da questa consapevolezza che nasce la proposta di legge di iniziativa popolare “Diritto a stare bene”, promossa dall’associazione PUBBLICA – Dritti ai Diritti e sostenuta da oltre 70 mila cittadini. Tra i promotori figura anche Santo Di Nuovo, professore emerito di Psicologia generale dell’Università di Catania, secondo cui è necessario superare una concezione della salute basata esclusivamente sull’assenza di malattia.
L’idea si ispira alla visione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e al modello One Health, che considera salute fisica, salute mentale e contesto sociale come elementi inseparabili di un unico sistema. In questa prospettiva, stare bene non significa semplicemente non essere malati, ma poter vivere una vita soddisfacente, sviluppare relazioni positive, affrontare le difficoltà quotidiane e partecipare attivamente alla vita della comunità .
Secondo i promotori, il limite principale delle politiche attuali è proprio l’approccio emergenziale: si interviene quando il disagio è già diventato patologia, mentre la prevenzione continua a ricevere poche risorse e poca attenzione.
Una rete psicologica pubblica per scuole, università e lavoro
La proposta punta alla creazione di una vera e propria Rete Psicologica Nazionale integrata nel Servizio sanitario nazionale. L’obiettivo è garantire servizi stabili e accessibili, superando strumenti temporanei come il Bonus Psicologo che, pur avendo rappresentato un aiuto importante, non è riuscito a rispondere all’enorme domanda di assistenza emersa negli ultimi anni.
Il progetto prevede una presenza strutturata di psicologi nei principali contesti di vita delle persone: ospedali, consultori, scuole, università , luoghi di lavoro e comunità territoriali. Non singole iniziative o interventi occasionali, ma un sistema coordinato in grado di mettere in rete professionisti, medici di base, pediatri e servizi sociali. Particolare attenzione viene riservata al mondo della scuola, dove il disagio giovanile si manifesta sempre più precocemente.
L’idea è quella di creare centri di psicologia scolastica capaci di seguire più istituti e intervenire nella prevenzione dei disturbi dell’età evolutiva, dalle difficoltà di apprendimento alle problematiche comportamentali. Anche l’università potrebbe assumere un ruolo strategico, trasformandosi in un hub territoriale per la promozione del benessere psicologico e la costruzione di reti di supporto rivolte non solo agli studenti, ma all’intera comunità accademica.
Il costo del non intervenire e la sfida del futuro
Tra gli aspetti più discussi della proposta c’è il tema delle risorse economiche. La realizzazione della rete richiederebbe un investimento stimato in circa 3,5 miliardi di euro. Una cifra significativa, che secondo i sostenitori del progetto deve però essere confrontata con i costi sociali ed economici della mancata prevenzione.
Disoccupazione, dispersione scolastica, isolamento sociale, aumento delle patologie croniche e crescita della spesa sanitaria rappresentano infatti conseguenze dirette di una salute mentale trascurata. A questo si aggiungono i nuovi fattori di rischio emersi negli ultimi anni: dipendenze digitali, uso compulsivo dei social network, cyberbullismo, difficoltà nella gestione delle emozioni e delle relazioni.
Per Santo Di Nuovo la questione è prima di tutto una scelta politica e culturale. Investire nel benessere psicologico significa investire nella coesione sociale, nella sicurezza e nella qualità della vita collettiva. Perché una società che sa prendersi cura della salute mentale dei suoi cittadini non è soltanto una società più sana, ma anche una società più forte, inclusiva e capace di affrontare le sfide del futuro.











