La fotografia che emerge dal report “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026” di Save the Children è quella di un Paese in cui la maternità continua a rappresentare un fattore decisivo di disuguaglianza economica e sociale. Nonostante la crescita generale dell’occupazione, le madri risultano ancora oggi le principali escluse dai benefici del mercato del lavoro, con effetti che si concentrano soprattutto nei primi anni di vita dei figli. Il quadro è definito dagli autori del rapporto come in peggioramento diffuso, con differenze territoriali sempre più marcate e una fragilità strutturale che riguarda servizi, occupazione e opportunità di carriera.
Occupazione femminile e fragilità della maternità nel lavoro
In Italia lavora solo il 58,2% delle madri con figli in età prescolare, un dato che sintetizza una difficoltà ormai sistemica nel conciliare maternità e lavoro. Il problema non riguarda soltanto l’accesso all’occupazione, ma anche la stabilità: molte donne vedono interrotto o rallentato il proprio percorso professionale proprio in coincidenza con la nascita di un figlio.
Nel settore privato, infatti, una donna su quattro under 35 esce dal mercato del lavoro nell’anno della nascita del primo figlio, contro una quota sensibilmente più bassa tra le over 35. Questo fenomeno evidenzia una vulnerabilità specifica delle giovani madri, che si trovano spesso prive di tutele sufficienti o di condizioni lavorative compatibili con la genitorialità. Il risultato è una perdita non solo individuale, ma anche collettiva, in termini di capitale umano e produttività.
Il divario territoriale tra Nord e Sud e la povertà dei servizi
Uno degli aspetti più rilevanti del report riguarda la forte disuguaglianza territoriale, che si traduce in un’Italia divisa su più livelli. Le madri lavoratrici sono il 73,1% al Nord e il 71% al Centro, mentre nel Sud e nelle Isole scendono drasticamente al 45,7%, confermando una frattura strutturale tra aree del Paese. In questo contesto la Sicilia si colloca all’ultimo posto del Mothers’ Index regionale, che misura condizioni di lavoro, servizi, salute e benessere.
Il divario è particolarmente evidente nei servizi per la prima infanzia, dove la copertura rimane molto bassa: 6,9% in Campania, 5,9% in Calabria e 7,9% in Sicilia, contro una media nazionale del 18,5% e picchi superiori al 40% in alcune regioni del Nord come il Friuli-Venezia Giulia. Questa carenza strutturale di servizi rende ancora più difficile per le madri del Sud mantenere un’occupazione stabile dopo la nascita dei figli.
Giovani madri e uscita precoce dal mercato del lavoro
Il report evidenzia inoltre una particolare fragilità delle giovani madri, soprattutto nel settore privato, dove il 25% delle donne under 35 lascia il lavoro nel primo anno di maternità. Si tratta di un fenomeno che non riguarda solo le scelte individuali, ma riflette un sistema in cui la conciliazione tra vita familiare e lavoro risulta ancora poco sostenuta da politiche strutturali efficaci.
Tra i 20 e i 29 anni, quasi sei madri su dieci risultano inattive, una percentuale che cresce ulteriormente con l’aumentare del numero di figli. Questo dato si intreccia con la presenza di una quota significativa di giovani donne che non studiano e non lavorano, segnalando un rischio concreto di esclusione precoce dai percorsi di autonomia economica.
Il “child penalty”: la penalizzazione economica della maternità
Uno degli elementi più rilevanti messi in evidenza dal report è il cosiddetto “child penalty”, cioè la perdita di reddito e opportunità lavorative che colpisce le donne dopo la nascita di un figlio. In Italia questa penalizzazione è stimata attorno al 33%, un valore che riflette non solo la riduzione dell’occupazione, ma anche il rallentamento delle carriere e la minore possibilità di progressione professionale rispetto agli uomini.
Mentre per i padri la nascita di un figlio non comporta effetti negativi, e in alcuni casi coincide persino con un aumento della stabilità lavorativa, per le madri si traduce spesso in interruzioni, part-time involontario o uscita definitiva dal mercato del lavoro. Questo squilibrio strutturale contribuisce a consolidare un divario di genere che non si esaurisce nell’occupazione, ma incide nel lungo periodo su salari, pensioni e autonomia economica, rendendo la maternità ancora oggi uno dei principali fattori di disuguaglianza nel mercato del lavoro italiano.
Una questione che riguarda anche i giovani e il futuro del lavoro
Questi dati non parlano solo di famiglie e politiche sociali, ma chiamano in causa direttamente anche le nuove generazioni, studenti e lavoratori di domani. In un mercato del lavoro sempre più instabile e competitivo, la maternità rischia ancora di essere un “fattore di penalizzazione automatica”, soprattutto per le donne giovani che si affacciano oggi alla carriera professionale.
Per chi studia all’università e immagina il proprio futuro tra lavoro, indipendenza economica e progettualità familiare, il tema diventa concreto: la possibilità di conciliare vita privata e carriera non è ancora garantita in modo uniforme. Ridurre il divario di genere e territoriale non è solo una questione statistica, ma significa costruire un sistema in cui avere figli non equivalga a rinunciare alle proprie opportunità. Ed è proprio qui che si gioca una parte decisiva del futuro del Paese: nella capacità di trasformare la maternità da rischio economico a scelta pienamente sostenibile.












