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Arancino o arancina? La storia che non conosci

Dalle origini dolci all’icona dello street food: la storia dell’arancino siciliano tra cultura araba, tradizione e innovazione culinaria

Dalila Battaglia di Dalila Battaglia
24 Aprile 2026
in Terza Pagina
Tempo di lettura: 4 minuti di lettura
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Sicilia– Croccante fuori, morbido dentro, ricco e profumato: l’arancino al ragù è oggi uno dei simboli più forti della cucina della Sicilia. Eppure, dietro questa icona dello street food si nasconde una storia molto più complessa di quanto si possa immaginare. Un percorso fatto di stratificazioni culturali, cambiamenti storici e trasformazioni sorprendenti, che hanno portato un semplice dolce di riso a diventare uno dei piatti salati più riconoscibili al mondo.

Quando l’arancino era un dolce aristocratico

Per capire davvero cos’è oggi l’arancino bisogna partire da ciò che non è stato: un piatto salato. Nel 1857, il lessicografo Giuseppe Biundi lo descrive nel suo dizionario Siciliano-Italiano come una “vivanda dolce di riso fatta a forma di melarancia”. Una definizione che ribalta completamente l’immaginario contemporaneo. Niente carne, niente pomodoro, niente frittura salata: solo riso lavorato in chiave dolce, probabilmente arricchito con zucchero, spezie e aromi, in linea con la tradizione gastronomica dell’epoca.

In quel contesto, il riso era già diffuso in Sicilia grazie all’eredità araba, e veniva utilizzato soprattutto nelle cucine nobiliari e nei conventi per preparazioni raffinate. L’arancino, dunque, nasce come prodotto elitario, lontano dalla dimensione popolare e “di strada” che oggi gli attribuiamo.

L’eredità araba e la cultura del riso

Le radici profonde dell’arancino affondano nella dominazione araba, che tra il IX e l’XI secolo ha lasciato un’impronta indelebile nella cultura siciliana. Furono proprio gli Arabi a introdurre il riso, insieme ad ingredienti come lo zafferano e a tecniche culinarie che prevedevano l’uso di spezie e la lavorazione di impasti modellati. Era comune preparare piatti di riso compatti, talvolta arricchiti con carne di agnello o verdure, pensati anche per essere trasportati e consumati facilmente. Questo elemento è fondamentale: l’idea di un cibo “portatile” esiste già, ma non coincide ancora con lo street food moderno. L’arancino originario si inserisce in questa tradizione, rappresentando una sintesi tra cultura araba e contesto Siciliano, ma con una funzione e un significato molto diversi rispetto a quelli attuali.

La rivoluzione del pomodoro e la nascita del ragù

Il passaggio decisivo avviene in un arco di tempo sorprendentemente breve. Tra gli anni ’50 e ’60 dell’Ottocento, il pomodoro,  arrivato in Sicilia solo nei primi decenni del XIX secolo, comincia a diffondersi stabilmente nelle cucine locali, trasformando profondamente il gusto e le preparazioni. Nel 1868, appena undici anni dopo la definizione di Biundi, Antonino Traina pubblica il suo “Nuovo vocabolario siciliano-italiano”, in cui la voce “Arancinu” non è più associata a un dolce, ma a qualcosa di salato, simile alle crocchette.

Undici anni: tanto basta per cambiare la natura di un piatto. A questo si aggiunge un altro elemento fondamentale, probabilmente introdotto durante il regno di Federico II di Svevia: la panatura e la frittura, tecniche che rendono il riso più compatto, conservabile e, soprattutto, irresistibile. Nasce così l’arancino come lo conosciamo oggi: un involucro dorato e croccante che racchiude un cuore di ragù, piselli e formaggio.

Forma, nome e identità: una questione tutta siciliana

Se la ricetta unisce, il nome divide. In Sicilia si consuma da sempre una vera e propria “diatriba linguistica”: si dice arancin\O o arancin\A? A Palermo e nella parte occidentale si parla di “arancinA”, con forma rotonda, mentre a Catania e nella Sicilia orientale si preferisce “arancinO”, spesso con forma conica che richiama l’Etna. Anche l’Accademia della Crusca è intervenuta sulla questione, senza però stabilire una verità assoluta, limitandosi a riconoscere la validità di entrambe le forme.

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Questa distinzione non è solo linguistica, ma riflette identità culturali diverse e un forte senso di appartenenza territoriale. Anche il ripieno varia: oltre al classico ragù, si trovano versioni al burro e prosciutto, alle melanzane, agli spinaci, fino a interpretazioni contemporanee con pesce spada, nero di seppia o pistacchio.

Tradizione viva: tra street food e memoria storica

Oggi l’arancino è considerato lo street food per eccellenza della Sicilia, una preparazione che unisce semplicità e complessità: riso allo zafferano, modellato a mano, farcito, impanato e fritto fino a raggiungere una doratura perfetta. Ma la sua forza sta nella capacità di adattarsi, evolversi e raccontare il territorio. Esistono infinite varianti, frutto della creatività locale e della ricchezza della tradizione culinaria siciliana. Eppure, il passato non è stato dimenticato.

A Palermo, durante la Festa di Santa Lucia, sopravvive una versione dolce dell’arancino, preparata con cacao e zucchero e consumata insieme alla cuccìa, in un giorno in cui per devozione si rinuncia al pane. È un ritorno simbolico alle origini, un cerchio che si chiude dopo quasi due secoli.

In fondo, ciò che oggi consideriamo tradizione non è altro che il risultato di trasformazioni, incontri e, talvolta, “errori” diventati capolavori. L’arancino al ragù ne è la prova più gustosa: da dolce aristocratico a icona popolare, da esperimento culinario a simbolo universale.

Arancino fatto in casa

Per prepararli in casa bastano pochi elementi fondamentali: riso cotto con zafferano e brodo, lasciato raffreddare e lavorato con burro; un ripieno classico di ragù con carne, piselli e salsa di pomodoro; cubetti di formaggio filante; pastella leggera e pangrattato per la panatura, prima della frittura finale. Il gesto è sempre lo stesso: aprire il riso sul palmo, inserire il cuore saporito, richiudere e friggere fino a doratura. Ma la vera domanda resta aperta: meglio restare fedeli alla tradizione o lasciarsi tentare dalle varianti moderne, dal cavallo al prosciutto, fino alle versioni più creative?

La risposta, come sempre in Sicilia, è personale e tutta da gustare, commenta su LiveUniCT – Notizie su Catania e Università. 

Tags: arancino vs arancinacataniacuriosità sulla siciliastoria gastronomicaStreet food siciliano

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