A dieci giorni dalla morte del boss mafioso Benedetto “Nitto” Santapaola, l’arcivescovo di Catania, Luigi Renna, ha spiegato le ragioni della decisione della diocesi di non celebrare funerali religiosi. In un’intervista rilasciata al quotidiano L’Avvenire, il presule ha chiarito che si tratta di una scelta legata soprattutto all’opportunità pastorale e al rischio di strumentalizzazioni.
Il rischio di trasformare il funerale in un omaggio al boss
Secondo Renna, un funerale pubblico per lo storico capo della mafia catanese rischierebbe di trasformarsi in qualcosa di molto diverso da una preghiera cristiana:
Il pericolo, spiega, è che la celebrazione diventi di fatto un momento di esaltazione della figura del boss, con manifestazioni di cordoglio e di rispetto che potrebbero persino rappresentare una conferma di vecchie o nuove alleanze tra ambienti criminali.
L’arcivescovo osserva inoltre che già in funerali ordinari non è raro assistere a comportamenti fuori luogo, come petardi o canti neomelodici durante i cortei funebri. Nel caso di una figura mafiosa di primo piano, sottolinea, il rischio sarebbe ancora più alto: una celebrazione del genere finirebbe per “stravolgere il senso del funerale cristiano” e diventare una contro-testimonianza rispetto al messaggio evangelico.
Misericordia sì, ma senza ostentazione
Renna precisa però che la scelta non esclude la dimensione della misericordia cristiana: La preghiera per il defunto, afferma, resta possibile ma deve avvenire in forma strettamente privata e senza alcuna pubblicità, eventualmente su richiesta della famiglia.
Il presule ricorda che la pietà cristiana va esercitata anche nei confronti delle vittime delle mafie e dei loro familiari, molti dei quali attendono ancora piena giustizia. Solo Dio, aggiunge, conosce ciò che può essere accaduto nella coscienza di una persona negli ultimi istanti di vita: per questo non spetta agli uomini indagare o presumere conversioni che non sono verificabili.
Il ruolo di Stato, società e Chiesa contro la mafia
Nell’intervista ad Avvenire, Renna allarga poi lo sguardo al tema della lotta alla cultura mafiosa.
Lo Stato italiano, osserva, ha costruito nel tempo una legislazione importante che va difesa senza abbassare la guardia. La società civile, invece, resta spesso divisa tra chi riconosce la mafia come un “cancro” e chi continua a subirne l’influenza, talvolta per povertà culturale o per dipendenza economica da chi viene percepito come un benefattore.
Quanto alla Chiesa, l’arcivescovo ricorda che da anni si è schierata apertamente contro le mafie. Non a caso, osserva, alcuni boss hanno dichiarato di non voler funerali religiosi proprio perché consapevoli della distanza tra la Chiesa e le organizzazioni criminali.
La “religione rovesciata” della mentalità mafiosa
Renna riflette infine sul rapporto tra religiosità popolare e cultura mafiosa. Santapaola, spiega, da giovane aveva frequentato ambienti parrocchiali e l’oratorio salesiano del quartiere San Cristoforo, ma aveva presto abbandonato una reale pratica della fede.
I riferimenti ai santi o alla devozione, spesso presenti nel linguaggio dei mafiosi, non sarebbero quindi espressione di autentica fede cristiana, ma di una religiosità svuotata di contenuto etico. L’arcivescovo parla di una sorta di “religione rovesciata”: un uso disinvolto del nome di Dio che non comporta alcun cambiamento di vita né adesione alle esigenze morali del Vangelo.













