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“Pornostalgia, il nostro modo di vivere il presente”: intervista a Willie Peyote

willie peyote
Willie Peyote, cantautore e rapper torinese, si esibirà live a Catania per presentare il suo nuovo album "Pornostalgia". Ne abbiamo parlato insieme.

Willie Peyote, pseudonimo di Guglielmo Bruno, è già da qualche anno una delle voci più interessanti della scena musicale italiana contemporanea. A tre anni di distanza dal suo ultimo disco (“Iodegradabile”) e a un anno dalla partecipazione al Festival di Sanremo con “Mai Dire Mai (La locura)”, disco di platino e premio della Critica Mia Martini, è tornato con l’album “Pornostalgia”.

Il 15 luglio 2022, il cantautore torinese si esibirà live a Catania nella Corte dell’Ex Monastero dei Benedettini di San Nicolò l’Arena. Il concerto – assieme a quello dei Fast Animals and Slow Kids – rientra nel programma di Porte Aperte Unict, la rassegna di eventi culturali che l’Università di Catania organizza con i principali operatori culturali etnei.

Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per parlare del suo ultimo lavoro, pubblicato il 6 maggio scorso da Virgin Records/Universal Music Italia.

Parliamo di Pornostalgia: come sempre, nel caso dei tuoi lavori, il titolo fa da fil rouge per interpretare tutto il disco. In questo caso, mi sembra che descriva bene un certo modo di sentire contemporaneo. Cosa significa per te questo titolo? E come si colloca questo album nella tua discografia, anche rispetto ai precedenti?

Il titolo parte da un ragionamento legato al nostro rapporto con il tempo, che in fondo era anche il ragionamento alla base del disco precedente, cioè ‘Iodegradabile’. Solo che lo si approccia da un punto di vista opposto: in ‘Iodegradabile’ c’è il tempo che passa troppo in fretta e ci siamo noi che abbiamo questa bulimia di vivere il futuro, mentre nel caso di ‘Pornostalgia’ è un rifugiarci nel passato, perché in questi due anni è cambiato tutto. Quando si è fermato tutto, ci siamo resi conto che, non potendo più guardare in avanti, ci siamo trovati tutti a guardarci alle spalle. È questa la forma pornografica della nostalgia, nel senso che nel momento in cui non possiamo vivere guardando con troppa fretta al futuro, non siamo comunque in grado di vivere nel presente, e ci dobbiamo rifugiare nel passato. Questa era l’idea di base. Poi, in realtà, si fa riferimento alla nostalgia nel senso che il disco è, in qualche modo, un ritorno al passato come approccio anche musicale e testuale. È più vicino a ‘Non è il mio genere, il genere umano’ piuttosto che a ‘Iodegradabile’, come suoni e come approccio alla scrittura.

E per te com’è stato tornare live dopo questi due anni di pandemia?

È stato effettivamente molto bello. Io ho suonato anche l’estate scorsa, ma con la gente seduta, il distanziamento, non è una situazione del tutto congeniale al nostro modo di approcciare il palco e i concerti. Oggi, invece, che ho fatto un po’ di date e ho visto una bella risposta con la gente che si può anche muovere durante il concerto, credo che si sia tornati alla dimensione corretta. Noi viviamo i concerti anche molto fisicamente, io per primo sul palco ma anche le persone sotto. Credo che sia un momento durante il quale ci si può anche sfogare e creare uno spazio nel quale non si sta solo ad ascoltare, ma si partecipa anche fisicamente, quindi oggi che si può di nuovo fare è veramente una bella sensazione. 

L’ultima volta che sei stato a Catania era il 2017. Com’è stato e come pensi che sarà?

È passato un po’ di tempo, in effetti: era appena uscito ‘Sindrome di Tôret’. Fu una bellissima situazione, era la prima volta per noi che suonavamo in Sicilia: abbiamo fatto tre date consecutive e Catania fu la terza. Fu tutto molto bello e spero che anche stavolta ci sia la stessa voglia di partecipazione che ho visto nelle altre città: la voglia di vivere il concerto come un momento catartico in cui ci si può dimenticare del resto. 

La tua voce è sempre stata molto chiara, riconoscibile. In questo ultimo album, però, si mischia con quella di altri e di altre artiste in un lavoro quasi corale. Come nascono questi featuring? E com’è stato collaborare con artisti così diversi tra loro?

La fortuna è che, oltre a essere artisti di cui ho grande stima, sono tutte persone con cui ho condiviso momenti di riflessione, momenti della nostra rispettiva carriera. Persone con mi sono confrontato sui temi affrontati nel disco anche davanti a una birra insieme. Io scelgo le persone con cui collaboro ovviamente sulla base di una stima artistica e con la convinzione che possano con la loro partecipazione migliorare il disco, però nel caso specifico sono tutti amici con i quali mi sono trovato a parlare di questi argomenti molto spesso. Quindi, averli nel disco era anche una forma di riportare alla realtà dei pensieri di questi due anni fino in fondo, anche in musica.

In risposta a Il furto della passione, nel suo skit, Emanuela Fanelli prova a convincerti che “La felicità non è mai un furto, piuttosto è un bel risarcimento”. Alla fine, ti ha convinto?

In realtà, sì. Anche perché è il punto di vista più sano con il quale approcciare la felicità e lo stare bene, perché avere paura di stare bene è veramente un controsenso. Non sono comunque capace di farlo, però sì: mi ha convinto. Penso sia il modo migliore quantomeno per provare. Dopo di che, non sono riuscito ancora a farlo fino in fondo…

Oltre a Emanuela Fanelli, nel disco c’è anche Michela Giraud. Perché due stand-up comedian?

Non è la prima volta, in effetti. In ‘Sindrome di Tôret’ c’era stato Giorgio Montanini e alcuni concerti sono stati aperti da altri stand-up comedian. Ho un grande rapporto con quel tipo di forma comica, perché sono un fan della stand-up, la studio, sia quella estera che quella italiana. E poi perché mi piace molto che ci sia, in realtà, anche una dimensione parlata nella musica, nei dischi. Il concetto di skit era, tra l’altro, molto ben presente nei dischi rap con i quali sono cresciuto. Però mi piace di più farlo nei dischi che dal vivo: la base teatrale mi piace applicarla più nel concetto di disco che non nella resa live. Live mi piace suonare e far saltare la gente.

I tuoi testi si sono sempre caratterizzati per una forte critica sociale. C’è sempre stata anche tanta rabbia… Eppure questo disco si apre con la frase “Non sono neanche più incazzato, sono stufo”. Cosa è cambiato dal tuo primo disco a Pornostalgia?

Cambia tanto nella misura in cui i primi dischi non li scrivi pensando che qualcuno li ascolterà, ma semplicemente per te stesso. Poi, se hai fortuna com’è successo a me, succede che a un certo punto sai che quando uscirà un disco, qualcuno lo sta aspettando e lo ascolterà sicuramente. Questo cambia già molto l’approccio alla scrittura. Per il resto, io è da tanto che scrivo e che suono e, nel frattempo, sono cambiato io come essere umano: dai venti ai trentasei anni si cambia moltissimo, si attraversano diverse stagioni della vita e cambierò ancora, se continuerò a fare questo lavoro. La scrittura cambia anche in base a come si cambia come persone. L’apertura del disco fa riferimento a questo periodo molto pesante che ho vissuto, come credo tutti, negli ultimi due anni, nel quale secondo me si è amplificato anche un po’ il rumore di fondo di questo mondo nel quale tutti devono dire la loro, tutti prendono tutto sul personale, si offendono e si insultano continuamente. Insomma, sono un po’ stufo di questo modo di comunicare perché credo che, alla fine dei conti, non ci conceda mai di arrivare a fondo nelle questioni, ma più che altro faccia solo casino. Secondo me, è snervante. Il disco si apre con quella nota lì, ma si chiude in realtà con una nota di speranza. Quando ho iniziato a scrivere il disco, evidentemente, il sentimento prevalente era la stanchezza, ma questi due anni sono stati effettivamente stancanti…

In Robespierre, citi una frase che, in ambito musicale, si tende a dire troppo spesso: “Eri meglio prima”. Secondo te, Willie Peyote era meglio prima o è meglio adesso?

Il punto è capire da dove guardi le cose. Dipende. Ci sono alcuni ascoltatori che vogliono la ripetizione di ciò che gli è piaciuto in passato, allora ha senso dire ‘eri meglio prima’, perché se continui a cambiare non sei più quello che si aspettano da te, ed è giusto. In altri casi, invece, c’è chi segue il percorso e capisce come cambiano e perché cambiano le cose anche nella scrittura e può trovare un disco migliore o peggiore, a prescindere che sia prima o dopo nella carriera. Dipende da cosa cerchiamo noi dagli artisti e dalla musica. Può essere vero per qualcuno, ma niente è vero in senso assoluto quando si parla di gusto e di ascolto. Quindi, accetto che mi venga detto perché qualcuno avrà i suoi motivi per dirlo. Ci sta, ma non mi pongo il problema io. Però è un po’ banale dirlo, anche perché il concetto di base è che il primo disco di un artista, quello con cui lo conosciamo, per noi resterà sempre il suo disco migliore, perché è quello che ce l’ha fatto scoprire. Quindi sarà difficile che un artista riesca a riprodurre le sensazioni che ci ha dato quando l’hai conosciuto per la prima volta. Ma questo vale anche per le persone che incontri: ti innamori, quando conosci qualcuno, e poi l’amore passa.

A proposito dell'autore

Antonietta Bivona

Dottore di ricerca presso l'Università di Catania e giornalista pubblicista. È direttrice responsabile della testata giornalistica LiveUnict.

📧 a.bivona@liveunict.com