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Covid, perso un milione di posti di lavoro in un anno: giovani e donne più colpiti

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La pandemia ha colpito con forza il mondo del lavoro, ma la crisi ha penalizzato alcuni lavoratori più di altri, con danni a cui sarà difficile rimediare.

L’inizio della pandemia ha colpito tanti lavoratori, licenziati dai propri superiori o costretti dalla crisi a chiudere imprese e attività. La crescita dei contagi ha spinto i governi italiani che si sono alternati tra 2020 e 2021 a prendere misure drastiche a livello sanitario, ma queste decisioni si sono tradotte, sul piano economico e lavorativo, in un tasso di disoccupazione sempre più alto.

A marzo 2020, all’inizio della pandemia, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) prevedeva 24,7 milioni di disoccupati in più in tutto il mondo. A un anno di distanza, in Italia i dati ISTAT tra febbraio 2020 e febbraio 2021 registrano 945mila occupati in meno; crescono i disoccupati (+21 mila) e gli inattivi (oltre 700mila). Il tasso di occupazione diminuisce del 2,2% e il tasso di disoccupazione aumenta dello 0,5%.

I posti persi sono più di un milione, ma da febbraio 2021 il trend sembra essersi stabilizzato. Non tutti i lavoratori, però, vengono colpiti allo stesso modo: giovani e donne di ogni età hanno pagato il prezzo più alto della crisi.

Il crollo dell’occupazione femminile

Il calo delle ore lavorative e il fallimento di ditte e imprese ha aumentato la popolazione inattiva, mentre i dati ISTAT hanno segnato a dicembre 2020 un crollo del lavoro femminile.

Su 101mila nuovi disoccupati, il 98% è rappresentato solo da donne. Un dato che fa pensare ancora alla disparità di genere, che la pandemia ha contribuito ad acuire, evidenziando ulteriormente i ritardi dell’Italia su questo fronte.

Le donne sono state le prime a sentire la crisi e gli effetti dell’emergenza economica. I settori lavorativi occupati dal maggior numero di lavoratrici, come quello commerciale o domestico, sono stati più colpiti e non hanno garantito sicurezza e stabilità, influendo sia negli impieghi fissi sia nei lavori privati e autonomi.

Le fasce col maggior numero di inoccupate comprendono giovani ragazze tra i 15 e i 24 anni, e le donne di 35-49 anni. La loro figura è stata penalizzata tanto a livello lavorativo quanto a livello sociale: le donne licenziate, messe in cassa integrazione o che continuano tuttora a lavorare in smart working, vengono sovraccaricate dall’ambiente domestico. Di conseguenza, molte non hanno un minimo di distacco spaziale tra la famiglia e il lavoro.

Poche opportunità per i giovani

Secondo i dati riportati dall’EUROSTAT, tra la popolazione inattiva rientrano soprattutto i giovani al di sotto dei trent’anni, chiamati anche “neet”, ovvero disoccupati che non studiano, non lavorano e non cercano occupazione. I dati registrano un aumento del 23% fino al 2020, inserendo l’Italia tra i peggiori stati dell’Unione Europea.

Su questo fronte, come ribadito in apertura, l’unica nota positiva riguarda l’interruzione del trend negativo da febbraio 2021. Negli ultimi mesi si registra un lieve aumento degli occupati, ma per parlare di vera e propria inversione di tendenza bisognerà ancora aspettare.

Al momento, l’Italia è il terzo stato con il livello di disoccupazione giovanile più alto in Europa e il secondo, partendo dal basso, per numero di laureati. Spesso i giovani usciti dalle università non non riescono a trovare a lavoro e sono impauriti dal futuro. Alcuni sono demotivati e smettono di cercare; altri ancora decidono di lasciare l’Italia alla ricerca di migliori speranze. Proposte lavorative scarse per ogni livello di studio e assenze di prospettive rendono sempre più urgente un intervento strutturato, che l’Italia sta provando a organizzare tra sussidi e Next Generation EU.

Come uscire da questa fase critica?

L’Italia è uno fra i tanti paesi dell’Unione Europea in piena recessione economica. Lo stesso Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi dichiara che il Decreto Sostegni 2021 sarà un “decreto in risposta alla povertà, il massimo che si è potuto fare.

Si tratta di un primo passo – ha dichiarato il premier durante la conferenza stampa di presentazione del decreto -, e che ce ne sarà un secondo assolutamente necessario. Questo è l’anno in cui non si chiedono soldi, si danno soldi. Verrà il momento in cui dovremo guardare al debito ma non è questo”.

Tra le tante proposte del nuovo decreto, rientrano il sostegno al lavoro e il contrasto alla povertà, per cui sono destinati 8miliardi di euro. Alle categorie lavorative colpite dall’emergenza, e in particolare a stagionali e lavoratori dello spettacolo, sarà destinato un bonus da 2.400 euro la cui data di scadenza è stata prorogata al 31 maggio 2021.

Inoltre, il nuovo Decreto Sostegni bis tende a stabilire misure e incentivi a lungo termine destinate alle famiglie in difficoltà, alle donne e ai giovani sotto i 35 anni, oltre che a tutte le aziende in grado di creare nuovi posti di lavoro e sostenere la drammatica situazione evidenziata dai dati ISTAT. Sono previsti nuovi ristori per bar e ristoranti che potranno beneficiare di qualche taglio alle loro spese.

Per abbassare il tasso di disoccupazione, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha proposto quattro principali strategie da applicare: bisogna proteggere i lavoratori nel luogo di lavoro; sostenere sia l’economia che la domanda di lavoro; supportare il lavoro e i redditi; infine, trovare soluzioni che possano essere ricostruite attraverso il dialogo.

Guardando al futuro, l’Italia riceverà 209 miliardi dal Next Generation EU, il programma da 750 miliardi di euro destinati ai Paesi membri per il rilancio dell’economia. I fondi ricevuti dall’Italia equivalgono al 27,8% del totale, la cifra maggiore rispetto a tutti i Paesi. Come specificato dallo stesso governo nella presentazione del Recovery Plan, sono previsti 191,5 miliardi di investimenti, i cui principali beneficiari saranno donne, giovani e Mezzogiorno per “favorire l’inclusione sociale e a ridurre i divari territoriali“. 

In particolare, su questo fronte è importante la quinta missione del Pnrr, “Inclusione e Coesione”, che vale da sola 22,4 miliardi. Tra i maggiori investimenti, ci saranno lo sviluppo dei centri per l’impiego e nell’imprenditorialità femminile, con la creazione di un nuovo Fondo Impresa Donna.

A proposito dell'autore

Giulia Manciagli

Giulia, classe 1997, laureata in Scienze e lingue per la comunicazione. Attualmente studentessa presso l'Università degli studi di Catania, in Lingue per la cooperazione internazionale. Amante del mondo della comunicazione e dei media. Lingue inglese, francese e spagnolo.