Italia all’ultimo posto per ricerca e sviluppo: si investe solo 1,3% Pil

Dati preoccupanti quelli che vedono il nostro Paese all'ultimo posto tra i Paesi europei per ricerca e sviluppo, con una spesa pari all'1,35 % del Pil a fronte di una media europea del 2%.

Italia fanalino di coda per i finanziamenti alla ricerca. Nel nostro Paese, infatti, solo l’1,3% del Pil è destinato al settore contro poco più del 2% della media dei Paesi dell’Unione europea. Ancora minore è l’impegno nei confronti della ricerca clinica, che ha nella cura delle malattie l’obiettivo primario. Eppure, il settore della ricerca medica contribuisce in modo significativo all’economia del Paese, con posti di lavoro qualificati, alto livello di conoscenza, miglior benessere della popolazione. A tracciare il quadro è il libro bianco “Il valore della ricerca clinica indipendente in Italia”, realizzato dalla Fondazione della Federazione dei dirigenti ospedalieri internisti (Fadoi) e dalla Fondazione Roche, in collaborazione con Sda Bocconi, presentato oggi a Roma.

La ricerca, inoltre, è anche volano di risparmio. I calcoli sui margini economici per il Servizio sanitario nazionale, derivanti dalla partecipazione di aziende ospedaliere pubbliche alla sperimentazione clinica sponsorizzata dall’industria farmaceutica – maggiore finanziatrice della ricerca nel nostro Paese, di cui sostiene tra il 90 e 95% della spesa – indicano “un effetto moltiplicatore di 1 a 2,2 (ogni euro pagato dallo sponsor per compensi e fornitura di farmaci vale 2,2 euro per il Servizio sanitario nazionale), generando risparmi per costi pubblici evitati che potrebbero essere reimpiegati nella ricerca non-profit”, secondo i dati del libro bianco.

“Come medici, che quotidianamente ci confrontiamo per la cura dei nostri malati – indica la Fadoi – non possiamo trascurare il fatto che una ricerca clinica ben organizzata e competitiva consenta ai nostri pazienti di accedere alle terapie innovative, spesso più efficaci. La ricerca e l’assistenza sono legate da un circolo virtuoso: la ricerca trae le sue idee dai bisogni dell’assistenza, e quest’ultima beneficia dei risultati della ricerca. Inoltre, il medico che fa ricerca spesso cura meglio perché abituato a confrontarsi con la conoscenza più evoluta”.

Secondo gli esperti, però, c’è il rischio di un ulteriore passo indietro. In particolare, scrivono nel libro bianco, “Il decreto legislativo n. 52/2019, attuativo della legge n. 3/2018 (Legge Lorenzin), rischia di rappresentare lo spartiacque negativo per il futuro della sperimentazione clinica in Italia”. I medici, scienziati e accademici di 24 società e associazioni scientifiche hanno recentemente lanciato l’allarme con un Position Paper in cui si evidenzia che alcune indicazioni in materia di conflitto di interessi “hanno suscitato perplessità in ampi settori della ricerca italiana”.

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