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“La decapitata di Castel Gandolfo”: la storia della catanese Antonietta Longo

Sono passati più di 60 anni dal ritrovamento del corpo vicino il lago di Castel Gandolfo della giovane trentenne catanese Antonietta Longo. Un caso agghiacciante, rimasto irrisolto senza colpevoli e senza giustizia per i familiari.

La vicenda di Antonietta Longo, battezzata dalla cronaca del tempo come “la decapitata di Castel Gandolfo”, è stato per almeno vent’anni un giallo italiano che ha riempito le prime pagine dei giornali locali di Roma e di Catania e anche quelli nazionali. Un caso mediatico pari al delitto di Avetrana, che non ha mai messo la parola fine alla ricerca straziante di verità e giustizia da parte dei familiari.

Tutto inizia quando Antonietta Longo, originaria di Mascalucia, si recò a Roma per lavoro. Lì venne accolta da una famiglia di benestanti, i Gasparri, dove iniziò a lavorare come domestica. Verso la fine di Giugno, la vittima chiese un permesso di un mese alla famiglia Gasparri. L’1 Luglio aveva il treno che da Roma l’avrebbe portata in Sicilia dalla sua famiglia, ma Antonietta non prese mai quel treno e secondo alcune testimonianze passò le notti successive in una pensione.

Il 5 Luglio intorno alle 18 imbucò la sua ultima lettera destinata ai familiari, in cui annunciava che presto sarebbe convolata a nozze. Infatti, successivamente si scoprì che si era recata da un sarto in compagnia di un uomo in vista del futuro matrimonio. Ma dalle 18 non si sa più nulla di Antonietta e non si saprà nulla per un po’ di giorni, anche dopo il 10 Luglio, per via dei tempi estesi per l’identificazione dell’epoca e per lo stato avanzato di decomposizione del corpo.

Il corpo fu ritrovato cinque giorni dopo, martoriato, in una pozza di sangue, la cui parte superiore, in un primo momento, era nascosta da alcuni fogli del Messaggero dato 5 Luglio. Sotto i giornali la macabra scoperta: il corpo della donna era privo di testa. Secondo i referti, la donna morì per dissanguamento provocato dalle numerose coltellate inflitte sull’addome, in particolar modo sulle ovaie. Infatti, l’autopsia rivelò un aborto piuttosto recente.

Inoltre, sarà proprio Gasparri, che ne aveva denunciata la scomparsa a fine Giugno, a dichiarare che la donna fu decapitata dopo la morte con un taglio chirurgico, per rendere impossibile l’identificazione del corpo. Invece, il corpo fu identificato soprattutto grazie a  un particolare accessorio indossato da Antonietta: un orologio Zeus, un regalo di famiglia, di cui ne furono prodotti in quantità limitata. L’identità della donna fu accertata anche dalle impronte digitali rivelate nella casa Gasparri e dai familiari, che da Catania si recarono appositamente a Roma in obitorio.

Dopo il ritrovamento del cadavere, iniziò il lungo calvario di indagini. Furono ascoltati i due ragazzi che videro e denunciarono quel corpo senza vita, Antonio Solazzi e Luigi Barboni. Poi le indagini caddero sul presunto fidanzato di Antonietta, un certo Antonio, pilota di aerei, per poi interrogare lo stesso medico Gasparri, datore della Longo, e le amiche della vittima. Da lì lettere anonime, supposizioni non provate sulla fine del colpevole e considerazioni deplorevoli nei confronti della vittima, che spesso passò come “quella che se l’era andata a cercare”, fatte dagli stessi giornalisti, gente che si appassionò fin troppo al caso da puntare il dito contro sconosciuti, come il caso di un detenuto di Regina Coeli che accusò il cognato di essere stato l’assassino.

Non si trovò una prova incriminante, nonostante i numerosi interrogatori, forse perché le stesse indagini furono insabbiate, quindi, il caso fu chiuso agli inizi degli anni ’70. Ma nel 1987 fu ritrovato un teschio umano nelle acque del lago e in un primo momento si ipotizzò che fosse quello di Antonietta, ma in realtà apparteneva ad un uomo. Purtroppo non sapremo mai con chi aveva appuntamento Antonietta quel tardo pomeriggio del 5 Luglio, in cui si presentò ben curata e con le unghia smaltate di rosso.