13 anni di studio non bastano, l’inglese è scarso: la situazione italiana nel report EF

L'inglese è la seconda lingua più parlata (e studiata) al mondo, eppure sono pochi i paesi a padroneggiarla. Gli studenti italiani nelle retrovie europee.

L’inglese è la seconda lingua più parlata al mondo, con una stima di parlanti che si aggira tra i 660 e i 1375 milioni. Protagonista indiscussa di internet, regina delle produzioni multimediali con un numero sempre crescente di film, telefilm e canzoni accessibili alla massa, concede ogni giorno la possibilità a persone provenienti da vari contesti sociali e nazioni agli antipodi di comunicare senza difficoltà.

O quasi. Perché in Italia le difficoltà esistono ancora ed è un dato che si ripresenta anno dopo anno in maniera quasi inspiegabile.

Sono passati quindici anni da quel fatidico 2003, quando l’insegnamento della lingua inglese è diventato obbligatorio già a partire dalla scuola primaria. 79 ore l’anno alle scuole primarie, 139 ore in quelle secondarie per un totale di 1507 ore in 13 anni di studio che si conclude al momento dell’esame di maturità. I dati forniti dall’English Proficency Index tuttavia evidenziano una situazione quasi contraddittoria. Su un campione di 88 paesi, l’Italia si classifica in 34esima posizione tra Libano e Francia, rientrando nel livello di competenza “medio” di parlanti di lingua inglese.

Italia e Francia, inoltre, sono estremamente in ritardo rispetto ad altre realtà europee, in parte a causa della “necessità di preservare la lingua”. Emblematico lo scontro tra Accademia della Crusca, che nel 2018 si è lanciata in una crociata contro il Politecnico di Milano e il tentativo di attivare dei corsi di laurea in lingua inglese. Non diversa la situazione della vicina Francia, che dichiara un tentativo di apertura all’inglese – ma non troppo, essendo la protezione della lingua francese una priorità esplicita.

Individuare la vera causa di un livello tanto scarso di lingua nel nostro Paese potrebbe essere più difficile del previsto. Scrive Chiara Severgnini di un metodo d’insegnamento che non riesce ancora ad adeguarsi agli standard moderni: troppa attenzione allo studio della grammatica fine a se stessa, poca (se non addirittura nulla) pratica.

La strada del Clil (Content and Language Integrated Learning, metodologia di apprendimento della lingua che porta all’aumento dell’input linguistico per via dell’insegnamento di una o più discipline in L2, con modalità didattiche innovative) resta la più importante ma, purtroppo, anche la meno battuta. Non tutti gli insegnanti hanno una conoscenza dell’inglese sufficiente, in parte anche a causa del tardivo inserimento della lingua nel curriculum scolastico (va sottolineato come fino agli anni ’90 l’insegnamento non era obbligatorio e nelle scuole si preferiva il francese).

La scarsa conoscenza dell’inglese non impedisce agli italiani soltanto di godersi una puntata della loro serie preferita senza dover aspettare i tempi del doppiaggio. Continua a scrivere Severgnini: “4 italiani su 10 ritengono di aver perso un’opportunità di lavoro a causa del loro scarso livello di inglese […] Il 76% degli italiani ritiene che l’inglese sia sempre più richiesto nel mercato del lavoro”. Ed è vero. In un periodo in cui aumenta la competitività nel settore lavorativo è impensabile presentarsi a un colloquio presso una grande azienda con un livello d’inglese medio-scarso e sperare di spuntarla perché gli altri “potrebbero essere messi peggio”.

Non possiamo puntare il dito contro nessuno in particolare. Gli italiani non sono meno portati né più scansafatiche, gli insegnanti fanno il possibile per soddisfare le aspettative di chi chiede loro di adeguarsi a modelli europei/mondiali (maturati in decenni) in appena qualche mese, e il materiale a disposizione è vario e accessibile, ma talvolta è necessario ricorrere anche a corsi a pagamento.

Bisogna continuare a lavorare per raggiungere gli altri paesi europei, tenendo a mente tuttavia che non si tratta di una gara, i vincitori non tornano a casa con una coppa mentre i perdenti aspettano la prossima occasione. Il mondo corre e cambia in continuazione, e tra le tante incertezze c’è un’unica cosa certa: l’adagio dice che il cinese è la lingua del futuro, ma l’inglese resta quella del presente; non conoscerlo significa restare tagliati fuori dal mondo.

Leggi anche: Università, Crusca contro Politecnico sui corsi in inglese: “Non esiste un’unica lingua”

Silvia Di Mauro

Studentessa di lingue, ha fatto della scrittura la sua raison d'être. Dalle recensioni di libri, serie TV e film alla pubblicazione di un libro con lo pseudonimo di Christine Amberpit, si dedica anche alla sceneggiatura e produzione di serie per il web, corti, video musicali e pubblicità.

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