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Scienze umanistiche: solo il 41% trova lavoro e le donne guadagnano la metà

AlmaLaurea ha pubblicato l’annuale rapporto sulla condizione occupazionale dei laureati italiani. Isolando i dati in riferimento all'Università di Catania, è possibile conoscere nel dettaglio qual è la situazione dei nostri dottori e la salute dell'offerta formativa dell'ateneo catanese. Vediamo il profilo dei laureati del DISUM.

Sono quasi mille (669 laureati di triennale e 243 di magistrale) gli studenti del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania che, anche quest’anno, il Consorzio Interuniversitario Almalaurea ha intervistato, a un anno dal conseguimento del titolo di laurea, per saperne di più di più sulla loro condizione occupazionale e per tracciarne un profilo significativo che attesti l’andamento di ogni corso di laurea proposto dall’ateneo.

Composto per circa l’80% da studentesse, il primo dato a emergere sul DISUM è quello che riguarda la durata media degli studi che ogni anno non brilla per puntualità: per i corsi di laurea triennale, questa si attesta infatti intorno ai cinque anni, con studenti che conseguono il titolo di laurea in netto ritardo rispetto ai tre anni previsti dai corsi di studio del dipartimento. Per quanto riguarda la specialistica, chiaramente, i tempi si riducono ma anche qui si registrano ritardi rispetto al normale iter: circa tre anni a dispetto dei due previsti.

Un dato negativo che viene, però, presto contrastato dagli eccellenti risultati ottenuti in termini di voto di laurea: i laureati del dipartimento, generalmente, non scendono mai al di sotto del 100 su 110 e lode e si collocano in una fascia di voti medio-alta. Nello specifico, per gli studenti di triennale la media si attesta intorno al 101, mentre per quelli di magistrale la media s’impenna e raggiunge quasi il 109 a conclusione del percorso universitario.

Al di là delle tempistiche e degli ottimi risultati raggiunti, che di certo possono influire e agevolare una volta entrati nel mondo del lavoro, quello che tuttavia preme sapere di più, soprattutto a tutte le future matricole che si trovano a dover decidere del loro futuro, sono gli sbocchi lavorativi di un’area, come quella umanistica, in perenne difficoltà e in un mondo dove i corsi di laurea scientifici hanno una corsia preferenziale. Dunque, qual è la situazione lavorativa dei laureati catanesi del Dipartimento di Scienze Umanistiche?

Le percentuali che riguardano le opportunità lavorative sono altalenanti per quanto riguarda gli studenti di quest’ambito: se sono scarse per coloro i quali conseguono solamente il titolo di laurea triennale con una percentuale del 27,9%, queste si alzano sensibilmente per chi consegue anche il titolo di laurea magistrale raggiungendo il 41,3%. Non sono pochi, infatti, gli studenti che decidono di proseguire gli studi con un corso di laurea magistrale (54,8%) o con un Master.

Nonostante una fetta di laureati in discipline umanistiche (20,5%) abbia dichiarato di aver iniziato a lavorare prima di iscriversi alla magistrale e, dopo la laurea, prosegue con lo stesso lavoro, la maggior parte degli intervistati (il 51,3%) ha iniziato a lavorare solamente dopo aver conseguito il secondo titolo di studio, probabilmente perché l’impegno che è un corso di laurea di secondo livello richiede è senza dubbio elevato e inconciliabile con un impegno lavorativo.

Un’altra delle domande che ciascun potenziale futuro studente si fa è: in quali settori è possibile trovare un impiego? Anche su questo argomento, i dati diffusi da Almalaurea possono essere utili per fare chiarezza sugli eventuali sbocchi lavorativi di ciascun corso di laurea. Per l’ambito umanistico, risulta che la maggioranza degli intervistati (65,4%) lavora per un privato. Inoltre, emerge chiaramente che il ramo prediletto dai laureati in scienze umanistiche è quello dell’istruzione e della ricerca in cui confluisce il 41% dei laureati, seguito dal ramo del commercio dove lavora circa il 13% dei laureati.

Si tratta di settori che, pur con le dovute cautele, risultano affini al titolo di studio conseguito. Nonostante ciò, i dati mostrano un braccio di ferro tra chi dichiara di utilizzare in misura elevata le competenze acquisite con la laurea siano estremamente utili in ambito lavorativo (43,6%), chi dichiara di farlo in misura ridotta (35,9%) e chi non le utilizza affatto (20,5%). Gli stessi dati altalenanti riguardano l’utilità della laurea per il tipo di attività svolta:  metà degli intervistati ritiene che il titolo conseguito sia più o meno utile, mentre l’altra metà che non è necessario avere un titolo universitario.

Per concludere la fotografia dei laureati in discipline umanistiche dello scorso anno, è necessario fare un accenno al tema della retribuzione. Nonostante, in media, questa si attesti intorno agli 800 euro al mese, una cifra estremamente esigua per un laureato di primo e di secondo livello, è possibile fare una distinzione di retribuzione tra uomini e donne, rilevando un gender gap oltremodo evidente: se tra i laureati di triennale, la differenza è di circa 100 euro, tra quelli di magistrale emerge che, a un anno dalla laurea, un uomo guadagna circa 1.300 euro, mentre lo stipendio di una donna si attesta intorno ai 680 euro mensili.

Antonietta Bivona

È coordinatrice della redazione della testata LiveUnict e borsista di dottorato di ricerca presso il DISUM dell’Università di Catania. Dopo una laurea in Letterature comparate, un master in Marketing e comunicazione, i suoi interessi si sono concentrati su letteratura contemporanea e traduzione intersemiotica; giornalismo, digital marketing e social media.

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