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The End of the F***ing World: un viaggio alla ricerca di se stessi

“The End of the F***ing World” è la nuova serie culto sbarcata su Netflix. Con due adolescenti strambi come protagonisti e un'intensità fuori dal comune, potrebbe essere già eletta prodotto dell’anno.

Due adolescenti problematici e uno stile in perfetta linea con i canoni del cinema indipendente: sono queste le premesse, e basterebbero già per accaparrarsi le simpatie di molti, della serie tv diventata un caso mediatico sui social network in questo inizio 2018.

Stiamo parlando di The End of the F***ing World, sbarcata da pochi giorni su Netflix e di cui, sicuramente, avrete già sentito parlare: composta da otto episodi di soli venti minuti ciascuno e basata sull’omonima graphic novel di Charles Forsman, la serie racconta una porzione di vita di due adolescenti difficili in maniera del tutto originale.

James e Alyssa sono due ragazzini annoiati come tanti, ma ognuno diverso e problematico a modo proprio. Lui crede di essere uno psicopatico, autoinfliggendosi dolore, uccidendo animali e meditando di iniziare a mietere vittime anche tra gli esseri umani; lei ribelle, sfacciata, brutale e fuori le righe come poche coetanee. Fatale sarà l’incontro, a scuola, tra i due che darà vita ad una delle coppie cinematografiche meglio assortite degli ultimi tempi.

Un po’ alla Moonrise Kingdom di Wes Anderson, i due decidono di scappare insieme dalla monotonia della vita provincia per motivi diversi: lei per cercare il padre sparito quando era ancora una bambina, lui per fare di Alyssa la sua prima vittima. Rubano una macchina e si lanciano, senza sapere come e cosa fare, in un viaggio on the road accompagnato da una colonna sonora di tutto rispetto.

Sonorità anni Cinquanta e Sessanta faranno da sfondo alla serie di peripezie e di sfortunati eventi che si abbatterà sui due che si trasformeranno, senza volerlo, in veri e propri criminali: auto incendiate, infrazioni, accoltellamenti, rapine sono solo alcune delle disavventure in cui incapperà la temeraria coppia che – nulla da invidiare a Bonnie e Clyde – terrà lo spettatore col fiato sospeso fino all’ultimissima scena.

Il risultato è una sorta di black-comedy, tra il drammatico e il poliziesco, che con un senso dell’umorismo originalissimo farà ridere di gusto a tratti e tirerà pesanti bastonate ad altri. Nonostante il mélange di elementi divertenti, drammatici e sanguinolenti, la serie riesce, senza mai risultare sconnessa, a raggiungere picchi di profondità emotiva difficilmente rintracciabili in un prodotto del genere, grazie anche all’evoluzione dei caratteri che, ben presto, scopriranno di nutrire dei sentimenti l’uno verso l’altra.

I punti di forza della serie sono moltissimi, primo tra tutti quello di riuscire a cavalcare la travolgente onda indi(e)pendente degli ultimi anni e che ha attecchito soprattutto nel nostro Paese. Nota di merito poi ai due protagonisti che, oltre a risultare caratteri perfettamente costruiti, sono interpretati da due attori formidabili: Alex Lawther (protagonista dell’episodio Shut up and Dance di Black Mirror) e Jessica Barden (già vista in The Lobster e in Penny Dreadful) che convincono, senza riserva alcuna, grazie ad una recitazione atipica, distaccata, a volte caricaturale ma sempre efficacissima.

A questo si aggiunge lo stile: ambientazioni, colori, dialoghi e costumi sono curati in modo talmente maniacale e poco convenzionale da risultare una gioia per gli spettatori più attenti e ben avvezzi ad un certo tipo di qualità tipica che richiama le produzioni indipendenti. L’estrema brevità della serie si rivela, poi, una scelta felicissima in termini di fluidità e ritmo, rendendo il tutto molto più verosimile e senza diluirlo troppo con particolari di troppo: la storia si conclude esattamente quando e dove doveva finire.

Ultimo elemento di forza, ma non in termini di importanza, è la tematica al centro della serie e il modo in cui è trattata. The End of the F***ing World, in due parole, è una storia di formazione che – in maniera arrogante, sfacciata e grottesca – si sforza di parlare di quel periodo terribile che è l’adolescenza, un tema talmente frequente in ambito letterario e cinematografico che sembra impossibile trovare modi nuovi per trattarlo ancora oggi. Salinger, quell’adolescenza, ce l’aveva raccontata benissimo con il suo Holden e, per quanto se ne distacchi ricalcandone solo lo stile asciutto, non sembra azzardato dire che TEOTFW  lo fa con la stessa accuratezza e sensibilità.

Lungi dallo scadere in stereotipi e cliché, il racconto si snoda tramite la storia di due ragazzini soli senza manuale d’istruzione sul mondo, un mondo che non sanno come combattere o col quale perlomeno convivere. La storia di due ragazzini acerbi che si mostrano spavaldi, cinici e costantemente sulla difensiva ma che altro non sono che due persone terribilmente spaventate e che, per questo, si danno alla fuga con un viaggio fisico e metaforico. Non per raggiungere qualcosa, forse, ma per allontanarsi da quel mondo degli adulti che è ancora troppo lontano e allo stesso pericolosamente vicino.

I confini del mondo, però, arrivano per tutti. James e Alyssa, con un’evoluzione velocissima ma sorprendente, se ne renderanno presto conto e capiranno, forse, che la fine di quel viaggio altro non è che un’illusione, e che una parte di quella adolescenza convive in qualsiasi adulto: dai genitori imperfetti e inadeguati dei due alle poliziotte che si occuperanno di seguire le loro orme, figure indispensabili nella storia per comprendere come, a un certo punto della vita, ci si ritrovi davanti a un bivio: si può rifiutare di crescere o semplicemente accettare il rischio di conviverci. Il risultato è, in ogni caso, una piccola tragedia personale e universale. 

A proposito dell'autore

Antonietta Bivona

Giornalista pubblicista. È coordinatrice della redazione della testata giornalistica LiveUnict e borsista di dottorato di ricerca presso il DISUM dell’Università di Catania.

📧 a.bivona@liveunict.com

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