Arte Cinema e Teatro

Al Teatro Greco di Siracusa un Giasone condottiero ed eroe, intervista a Filippo Dini

Medea di Seneca, regia Paolo Magelli -  Ph Tommaso La Pera

Due mondi opposti si scontrano sulla scena del Teatro Greco di Siracusa in occasione della rappresentazione della Medea di Seneca, per la regia di Paolo Magelli.

Medea, interpretata da Valentina Banci, è la luce che si riflette dall’ombra di Giasone, Filippo Dini, l’uomo asservito alla logica del potere. In scena il rapporto tra due amanti dalle pulsazioni del cuore, ormai, differenti. I loro sono i battiti di un metronomo che oscilla a velocità alterne, si passa da un lento a un fortissimo, e questo andamento è guidato dalle voci del coro e dalle musiche di Arturo Annecchino.

Medea è una donna, ma anche moglie e madre; Medea è una voce che porta consiglio, la radice del suo stesso nome ne traccia questa caratteristica, ma è destinata al silenzio. Le sue parole vengono udite ma non ascoltate, la sua è la voce di una barbara nel deserto. Di fronte a lei Creonte, interpretato da Daniele Griggio, e Giasone, i due uomini che aspirano alla fine della donna per favorire il potere.
Giasone però, nonostante sia presentanto in scena come un condottiero e un eroe, sembra soccombere allo scontro dialettico con Medea,  attraverso il pianto per i figli uccisi da colei che li aveva generati. Le azioni finali sono come una marea che investe i protagonisti del dramma non risparmiando nessuno, ma il sentimento di Medea andrà avanti e con il suo quello di Giasone, quell’uomo troppo spesso definito anti-eroe, ma dalla psicologia da riscoprire.

Avvicinarsi a questa figura significa assistere alla rappresentazione classica, leggere il testo, ma anche dialogare con chi, oggi, calca le scene impersonandola, Filippo Dini.

1. In che modo ha realizzato il rapporto con il personaggio che sta interpretando?

«La ricerca di questo rapporto è stata guidata anche dal regista Paolo Magelli ed è stata fatta indagando nella parte più oscura e più brutta della mia personalità, ma in generale di quella maschile. Quello che voleva raccontare Magelli, attraverso la personalità di Giasone, era la brutalità del maschio nei confronti della donna e quale storia migliore che quella di Medea? L’uomo dopo aver ripudiato la propria moglie e aver scelto una donna più giovane, scelta dettata anche dalla convenienza e dalla brama di potere, decide di sposare Creusa riversando sulla prorpia ex compagna tutta la brutalità che possiede. Questo è un argomento, purtroppo, molto contemporaneo. Ha voluto quindi interpretare la grande storia di Giasone e Medea in questo senso, dove Giasone non ha nessun freno e nessun problema ad accusare e maltrattattare la povera Medea che è stata ripudiata e tutto questo avviene cercando di raccontare quello che è stato il loro rapporto e quindi tutto il prima, quello che non vediamo, cioè lo scontro tra due figure di pari intensità e forza che hanno condiviso un amore fuori da ogni immaginazione per passionalità e per grande complicità. La loro è la storia di un amore fuori dall’ordinario».

2. Medea ha sempre mostrato il suo grande amore, quello che l’ha condotta anche a compiere atti delittuosi, verso Giasone. L’amore di questo eroe, spesso troppo criticato, era di pari intensità?

«Ognuno lo racconta e immagina come preferisce. Lo stesso Seneca non ci dice nulla sul fatto che Giasone fosse innamorato di Medea per secondi fini o se il suo fosse un vero sentimento. Sicuramente, quello che voleva raccontare Magelli e io, ovviamente, con lui è un grande amore, il sentimento di due entità di pari forza. Giasone, dunque, non è un piccolo eroe, come spesso viene interpretato, che rimane un passo indietro rispetto alla follia di Medea. No, siamo di fronte a due folli allo stesso modo che si incontrano e scontrano e che, in qualche modo, generano. Narrativamente parlando, anche Giasone influisce nel generare la follia in Medea e quindi la conseguente decisione di uccidere i figli».

3. Giasone è stato definito un “eroe in pantofole”, la sua figura è stata presa sempre come un esempio di anti-eroe da contrapporre a tutti i grandi eroi del mito greco. Voi come lo avete raccontato?

«Noi non abbiamo raccontato un “eroe in pantofole”, ma un eroe che si è fatto condottiero di questo straordinario viaggio, quello degli argonauti. E quindi un Giasone leader dei greci, ma contemporaneamente un grande eroe che ha la macchia di aver sempre perseguito  e inseguito la brama del potere. La sua ultima tappa, infatti, è l’ennesimo compromesso con il potere. Arriva a Corinto e decide di sposare la donna più importante della città e questa sua azione racchiude la chiave di volta di ogni sua azione».

4. Il pubblico del Teatro Greco di Siracusa è diverso da qualsiasi altro pubblico. Ci parlerebbe del suo rapporto con gli spettatori?

«Qui va fatto un discorso a parte. Normalmente, come tutti gli attori, ho avuto un rapporto con il pubblico di un certo tipo e quindi fatto di amore e odio, complicità e annullamento. Qui il discorso è un altro. La platea del Teatro Greco è un fatto unico al mondo. Iniziando dalla differenza numerica, hai di fronte una platea gigantesca, normalmente nella vita di un attore italiano non si presenta mai l’occasione di avere di fronte una platea così ricca e in più lo spazio del teatro ha un ruolo importante, sei circondato da una grande massa. Il primo impatto è stato tremendo, dover entrare in scena era una cosa che non auguravo a nessuno, ma dopo pochi secondi che sei lì arriva la magia, e dico magia nonostante sia una parola che non amo dire spesso, perché per me è inspiegabile ciò che si prova. La forza, l’energia, il desiderio di questo pubblico di assistere alle tragedie ti arriva con grande forza e allora ti rendi conto perché in questi spazi, in questi luoghi si è raccontata la storia solo dei grandi eroi, dei grandi uomini, degli dei e non una commedia contemporanea, non una commedia ottocentesca e nemmeno Shakespeare. Qui si può raccontare solo di grandissimi eroi, di dei  e di grandi passioni, perché hai intorno una grande massa che non desidera altro che assistere a questi grandi eventi, a questi grandi stravolgimenti della storia e della coscienza».
5. Prima di ogni spettacolo teatrale c’è un periodo di grande lavoro, come è stata la sua esperienza con il regista Magelli e l’intero cast?

«Il regista non lo conoscevo, con lui ho svolto un ottimo lavoro ed è stata una grande scoperta. Magelli è un grande artista che per tanti motivi, soprattutto per lo strano andamento dell’Italia, si trova a dover lavorare fuori. Magelli è un uomo di grande passionalità, forza e di un amore per il teatro. Nonostante la sua età, non dico così perché anziano, ma perché in molti andando avanti con l’età diventano cinici e disillusi nei confronti dell’arte drammatica, lui invece ha sempre il desiderio e l’entusiasmo di un bambino che ha appena scoperto il teatro. Questo è da collegare con la sua grande figura d’intellettuale, la sua sapienza ed esperienza. Magelli è un uomo molto colto, che ha veramene firmato tante pagine importanti del teatro in Europa. Con i miei colleghi ho avuto una bella esperienza. Si è creata una compagnia bellissima e questo grazie al modo in cui il regista ha costruito lo spettacolo. Lo scambio tra di noi è stato molto forte, in modo particolare con Velentina Banci, che ha avuto l’onere e l’onore di raccontare splendidamente Medea».

6. Dalle sue parole traspare molto entusiasmo e una grande passione per il suo lavoro. In futuro la vedremo ancora in questo palcoscenico unico?

«E chi lo sa … dipende dall’Inda! È una realtà strana, unica…assolutamente unica il poter vivere insieme questi tre mesi, raccontare queste storie a così tante persone e in uno spazio così misterioso, perchè ripeto per un attore, e credo anche per i registi, è inusuale. È uno spazio che ti dà possibilità infinite, ma ti impone anche regole molto rigide e così anche il pubblico. Sono spettatori molto preparati, che hanno assistito a tantissime messe in scena di tragedie e arrivano, dunque, con delle esigenze e queste vanno onorate e rispettate, sicuramente cercando di offrire qualcosa di diverso. È un pubblico ricco e non distratto, come può esserci nelle grandi città d’Italia, tutte queste persone decidono di venire a vedere le tragedie greche e quindi hanno bisogno di tanto rispetto e tanta forza per poterle accontentare».

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