
Nell’era della comunicazione, dove tutto viene condiviso e twittato in tempo reale, l’Università di Bologna ha redatto un nuovo codice etico, dove invita studenti e professori a “evitare di diffondere informazioni, testi o immagini che possono nuocere al prestigio dell’università”, le nuove regole di ateneo saranno in vigore dal 1° novembre.
Gli studenti accusano il rettore di violare la libertà di parola e il Collettivo universitario autonomo (Cua) ha esposto uno striscione all’ingresso del rettorato: “Codice etico: codice dell’ipocrisia. A parlare dell’università siano gli studenti”. Il malumore, però, non è solo da parte degli studenti anche qualche docente non nasconde il disappunto nei confronti di un articolo che, dicono, “non fermerà i ragazzi dal criticare l’ateneo”.
Dal rettorato assicurano che non è nelle loro intenzioni censurare la libertà di parola o pensiero, l’articolo del codice è più un invito a essere responsabili sui social network; questa risposta, ovviamente, non convince il collettivo studentesco, il quale ribadisce la volontà di portare avanti le problematiche e le necessità degli studenti.
E se anche l’Università di Catania adottasse un codice etico simile? Se gli studenti non potessero più parlare dei loro problemi sui social network? Quale sarebbero le conseguenze?
Oggi i social network, soprattutto facebook, sono diventati di vitale importanza per gli studenti universitari, non tanto per criticare i mille problemi di ateneo, ma sono per lo più strumenti di confronto, sostegno,ricerca di appunti e molto altro. In un sistema universitario sempre più confinario, i vari social network sembrano essere l’unico modo per riuscire a reperire informazioni e sopravvivere a questa giungla chiamata:università.
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