La domanda “Com’eri vestita?” non è solo una frase, ma un dispositivo culturale che spesso riapre la ferita della violenza invece di sanarla. È da questa consapevolezza che nasce il convegno ospitato a Villa Cerami dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Catania, intitolato “Com’eri vestita? Rispondono le sopravvissute alla violenza sessuale”.
Un’iniziativa che intreccia ricerca, impegno civile e testimonianze, mettendo al centro la necessità di decostruire stereotipi radicati che ancora oggi spostano l’attenzione dalla responsabilità dell’aggressore al comportamento della vittima. La mostra e gli interventi di accademici, magistrati, giornalisti e associazioni hanno costruito un percorso comune: quello di una riflessione che non resta teorica, ma che punta a incidere sulla cultura quotidiana.
La violenza che continua dopo la violenza: il peso degli stereotipi
Ad aprire il confronto è stata la professoressa Mariagrazia Militello, che ha evidenziato come la violenza di genere non si esaurisca nell’atto criminale, ma continui spesso nel giudizio sociale che segue. La cosiddetta vittimizzazione secondaria rappresenta infatti una forma ulteriore di sofferenza per le donne sopravvissute, costrette a giustificarsi, a raccontarsi e talvolta a difendersi non solo dall’aggressore, ma anche dallo sguardo della società. In questo senso, la domanda “com’eri vestita?” diventa il simbolo di un meccanismo che insinua il dubbio della responsabilità della vittima, distorcendo la realtà dei fatti.
La docente ha sottolineato come la mostra ospitata a Giurisprudenza rappresenti uno strumento di forte impatto educativo e culturale, capace di restituire voce alle sopravvissute attraverso oggetti, racconti e testimonianze. L’obiettivo non è solo sensibilizzare, ma smontare narrazioni consolidate che ancora oggi influenzano il modo in cui la società interpreta la violenza. Un lavoro che riguarda non soltanto le donne, ma l’intera comunità, chiamata a riconoscere che ogni forma di giustificazione implicita della violenza contribuisce a mantenerla viva.
L’università come spazio di cambiamento culturale e civile
Nel corso dei lavori è emerso con forza il ruolo dell’università come luogo non solo di formazione, ma di trasformazione sociale. Il direttore del Dipartimento di Giurisprudenza, Salvatore Zappalà, ha richiamato la responsabilità della comunità accademica nel contribuire alla crescita di una cittadinanza consapevole, capace di interrogarsi criticamente sulle dinamiche della violenza e sulle strutture culturali che la alimentano. L’Università, in questa prospettiva, diventa uno spazio in cui il sapere giuridico incontra la realtà sociale, e in cui le nuove generazioni possono sviluppare strumenti interpretativi più complessi.
Il dibattito ha evidenziato come la violenza di genere non possa essere affrontata esclusivamente attraverso l’apparato repressivo, ma richieda un cambiamento profondo dei linguaggi, dei modelli educativi e delle relazioni sociali. In questo senso, il coinvolgimento attivo di studenti e studentesse diventa fondamentale, perché è proprio nelle aule universitarie che si formano le future classi dirigenti e si costruiscono i paradigmi culturali del domani.
Stereotipi, potere e disuguaglianze: la radice del problema
Un contributo centrale è arrivato dalla professoressa Liana Daher, che ha analizzato la violenza di genere come fenomeno strutturale e non emergenziale. Secondo la docente, gli stereotipi non sono semplici pregiudizi individuali, ma elementi profondamente radicati nei sistemi culturali e sociali che regolano le relazioni tra uomini e donne. La domanda “com’eri vestita?” diventa così la sintesi di un meccanismo che tende a normalizzare lo squilibrio, attribuendo alla vittima una parte di responsabilità e spostando lo sguardo dall’aggressore.
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La riflessione ha messo in luce come linguaggi sessisti, modelli educativi rigidi e rappresentazioni discriminatorie contribuiscano a rendere la violenza più difficile da riconoscere e contrastare. Per questo, il lavoro culturale deve precedere e accompagnare quello giudiziario: senza un cambiamento nella percezione sociale, anche le migliori normative rischiano di risultare insufficienti. La prevenzione, quindi, diventa un terreno decisivo su cui intervenire con continuità.
Dal racconto alla responsabilità collettiva: costruire un nuovo sguardo

Il confronto si è arricchito con la partecipazione di magistrati, rappresentanti istituzionali, associazioni e giornalisti, che hanno contribuito a delineare un quadro complesso ma anche ricco di strumenti di intervento. Tra questi, la campagna nazionale “Come un’Onda contro la violenza sulle donne” ha ribadito l’importanza di un lavoro costante sui linguaggi e sulla formazione delle giovani generazioni, a partire dalle scuole e dalle università.
Il messaggio emerso con maggiore forza è che il cambiamento culturale non può essere delegato, ma deve diventare una responsabilità condivisa. Smontare gli stereotipi significa intervenire sulle radici profonde della violenza, costruendo una nuova grammatica del rispetto e del consenso. In questo percorso, l’università assume un ruolo centrale come spazio di elaborazione critica e di costruzione del futuro.
Il convegno di Villa Cerami si chiude così con una consapevolezza chiara: la vera domanda non è “com’eri vestita?”, ma come la società sceglie di guardare la violenza e di reagire ad essa. E la risposta, ancora oggi, è una sfida aperta che riguarda tutti.












