La scuola italiana si prepara a due giornate di forte tensione sindacale con lo sciopero nazionale proclamato per il 6 e 7 maggio, che coinvolgerà docenti, personale ATA e dirigenti scolastici su tutto il territorio. La mobilitazione, indetta da diverse sigle sindacali con piattaforme anche molto diverse tra loro, rischia di avere un impatto concreto sull’organizzazione delle lezioni e delle attività didattiche, con possibili chiusure parziali degli istituti e disagi diffusi per studenti e famiglie. Al centro della protesta non c’è un’unica rivendicazione, ma un insieme di criticità che vanno dal tema salariale alla precarietà, fino alle riforme del sistema scolastico e al ruolo stesso della valutazione standardizzata.
Le ragioni dello sciopero e le rivendicazioni sindacali
Lo sciopero del 6 e 7 maggio nasce dalla convergenza di più organizzazioni sindacali, tra cui Cobas Scuola, USB PI, Cub Sur, SGB e, in alcune giornate, anche FLC CGIL, con piattaforme che condividono alcuni punti comuni ma differiscono su altre rivendicazioni specifiche. Le richieste principali riguardano il recupero del potere d’acquisto dei lavoratori della scuola, con la richiesta di un incremento salariale significativo stimato fino al 30%, in risposta a una perdita progressiva legata all’inflazione e al mancato adeguamento contrattuale.
Un altro tema centrale è la stabilizzazione del personale precario, considerato uno dei nodi strutturali del sistema scolastico italiano, insieme al rafforzamento degli organici del personale ATA, spesso sottodimensionato rispetto alle esigenze reali degli istituti. A queste istanze si aggiunge la contestazione della riforma degli istituti tecnici e delle nuove Indicazioni nazionali 2025, giudicate da parte dei sindacati come un tentativo di ridefinire il ruolo del docente in senso più rigido e meno autonomo, oltre che la contrarietà all’autonomia differenziata, ritenuta potenzialmente foriera di disuguaglianze territoriali nell’offerta formativa e nei diritti scolastici.
Il nodo Invalsi e la critica al modello di valutazione
Uno dei punti più controversi della mobilitazione riguarda le prove Invalsi, che i sindacati definiscono uno strumento incapace di restituire una valutazione autentica delle competenze degli studenti e che, secondo le loro posizioni, avrebbe contribuito a modificare negativamente la didattica. L’accusa principale è quella di aver favorito il fenomeno del teaching to test, cioè una didattica orientata alla preparazione delle prove standardizzate piuttosto che allo sviluppo di competenze critiche e trasversali.
In questa prospettiva, le Invalsi vengono viste non come uno strumento di miglioramento del sistema, ma come un fattore di irrigidimento dell’attività didattica, che sottrae tempo alla progettazione educativa autonoma dei docenti. Per questo motivo, oltre allo sciopero generale, è stato proclamato anche uno sciopero breve specifico per la scuola primaria, che prevede l’astensione dalle attività connesse alla somministrazione delle prove.
Impatto sulle scuole e adesione diffusa del personale
L’effetto concreto della mobilitazione potrebbe essere particolarmente rilevante, poiché lo sciopero coinvolge tutte le principali componenti del sistema scolastico, dai docenti al personale amministrativo e tecnico fino ai dirigenti. Questo significa che, a seconda del livello di adesione nelle singole scuole, potrebbero verificarsi riduzioni dell’orario delle lezioni, sospensioni delle attività didattiche o difficoltà nella gestione dei servizi interni.
La frammentazione delle adesioni, che varia anche su base territoriale e tra ordini di scuola diversi, rende difficile una previsione uniforme dell’impatto, ma la partecipazione annunciata da più sigle lascia presagire una mobilitazione diffusa. Anche alcune realtà regionali, vedono l’adesione di ulteriori sindacati, ampliando ulteriormente il fronte della protesta e aumentando la probabilità di disagi.
Una protesta che riflette una crisi strutturale della scuola
Al di là dell’impatto immediato sulle lezioni, lo sciopero del 6 e 7 maggio si inserisce in un contesto più ampio di tensione strutturale che riguarda il sistema scolastico italiano nel suo complesso. Le rivendicazioni sindacali mettono in evidenza questioni che non sono nuove, ma che nel tempo si sono accumulate: dalla precarietà cronica del personale alla perdita del potere d’acquisto, fino alle difficoltà organizzative legate agli organici e ai continui processi di riforma.
“Il 7 maggio 2026 il personale docente, ATA e dirigente degli istituti tecnici incrocerà le braccia per fermare una riforma sbagliata e dannosa, che colpisce al cuore la qualità dell’istruzione pubblica e il futuro di studenti, studentesse, lavoratrici e lavoratori”, così Gianna Fracassi, segretaria generale della Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL, annunciando lo sciopero di domani, 7 maggio.
In questo scenario, il confronto sul modello di scuola diventa inevitabilmente anche un confronto politico e culturale, che riguarda il ruolo dell’istruzione pubblica, le modalità di valutazione degli studenti e la capacità del sistema di garantire equità su tutto il territorio nazionale. La mobilitazione, quindi, non si limita a un momento di protesta, ma riapre un dibattito più profondo sul futuro della scuola e sulle sue priorità strategiche.









