
Catania- A trentacinque anni dal duplice omicidio di Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio, avvenuto il 31 ottobre 1990, la giustizia compie un nuovo passo decisivo. Il gup del tribunale di Catania ha disposto il rinvio a giudizio di cinque persone, riaprendo una delle vicende più complesse e stratificate della storia giudiziaria Etnea. Tra gli imputati figura anche il boss catanese Aldo Ercolano, chiamato a rispondere dell’accusa di duplice omicidio pluriaggravato in un procedimento che intreccia mafia, estorsioni e rapporti opachi tra impresa e criminalità organizzata.
Il provvedimento del gup arriva dopo la richiesta della Procura generale presso la Corte d’Appello di Catania del 20 novembre scorso e segna un punto di svolta in un’indagine caratterizzata da continui riavvii e archiviazioni mancate. A processo andranno il boss Aldo Ercolano, Vincenzo Vinciullo, Leonardo Greco, Antonio Alfio Motta e Francesco Tusa, con accuse che vanno dal duplice omicidio pluriaggravato all’estorsione aggravata ai danni degli amministratori delle Acciaierie Megara.
Secondo l’impianto accusatorio, le condotte estorsive sarebbero maturate in concorso con altri soggetti oggi deceduti, ritenuti esponenti di rilievo di Cosa Nostra Catanese. Il quadro ricostruito dagli inquirenti colloca il delitto in un contesto di pressioni criminali esercitate sul mondo imprenditoriale dell’epoca. Si terrà il 7 luglio, davanti alla quarta sezione penale della Corte d’assise di Catania, la prima udienza del processo ad Aldo Ercolano, nipote dello storico boss mafioso Benedetto Santapaola, per il duplice omicidio degli imprenditori bresciani Alessandro Rovetta e Francesco Vecchio, uccisi dalla mafia il 31 ottobre 1990 nel sito delle Acciaierie Megara di Catania per il rifiuto di cedere alle richieste di «pizzo».
Le indagini sul duplice omicidio erano state avviate immediatamente dopo il delitto del 1990, ma per anni non avevano prodotto risultati definitivi, alternando richieste di archiviazione e successive riaperture anche grazie alle istanze dei familiari delle vittime. Solo nel 2024 il procedimento ha subito una svolta significativa: una richiesta di archiviazione non accolta dal gip e, successivamente, l’intervento della Procura generale guidata da Carmelo Zuccaro, che ha disposto l’avocazione dell’inchiesta. L’attività investigativa, affidata alla Direzione investigativa antimafia e a un nucleo interforze, ha permesso di riesaminare un’ingente mole di atti, ricostruendo elementi mai valorizzati in precedenza e ritenuti oggi centrali per comprendere il movente estorsivo del delitto.
Secondo quanto emerso dall’inchiesta, il movente del duplice omicidio sarebbe strettamente legato a richieste estorsive inserite in un più ampio sistema di controllo mafioso sulle attività economiche dell’area industriale. Gli investigatori hanno ricostruito il pagamento di somme di denaro da parte degli imprenditori bresciani Ettore Lonati e Amato Stabiuni, divenuti in seguito azionisti della Megara, ritenute collegate a pressioni successive al delitto.
Il quadro accusatorio si inserisce in una continuità criminale che comprende anche un attentato del 1983 agli impianti della società e i successivi mutamenti negli equilibri tra impresa e ambienti mafiosi nel 1990. Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, rielaborate in un’unica chiave interpretativa, attribuirebbero ad Aldo Ercolano la pianificazione e la direzione dell’azione omicidiaria;
“Fu lui l’ideatore dell’agguato”, dichiara un collaboratore di giustizia.
Nella nota della Procura generale si sottolinea il ruolo determinante del lavoro congiunto tra magistratura e forze investigative, che ha permesso di riorganizzare un materiale documentale stratificato nel tempo e mai analizzato in modo unitario. L’operazione di rilettura degli atti ha consentito di isolare elementi considerati decisivi per ricostruire il movente estorsivo e il contesto criminale in cui maturò il duplice omicidio. Una ricostruzione che, a distanza di oltre tre decenni, restituisce complessità a una vicenda che intreccia storia industriale, pressione mafiosa e lunga ricerca di verità giudiziaria, riaprendo uno dei capitoli più delicati della memoria criminale catanese.
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