Non è solo una questione di palato, è una questione di piazza. Mentre a Roma si discute di microchip obbligatori e sanzioni fino a 100.000 euro per chi vende carne equina, a Catania la tensione si taglia con il coltello (da macellaio).
Il cuore del conflitto La proposta bipartisan firmata da Brambilla, Cherchi e Zanella mira a trasformare cavalli e asini in “Non DPA” (Non Destinati alla Produzione Alimentare). Per via Plebiscito e via della Concordia, il cuore pulsante dello street food etneo, questo equivarrebbe a un colpo di grazia. I commercianti denunciano il rischio di una catastrofe economica: “Qui non vendiamo solo carne, vendiamo l’anima di Catania”, commenta un ristoratore storico tra le nuvole di fumo della sua brace.
Le ragioni del “Sì” e del “No” Dall’altro lato, le associazioni animaliste e una fetta crescente di giovani catanesi vedono nel divieto un atto di civiltà necessario. Tuttavia, il senatore Pogliese (FdI) e l’esponente di Forza Italia, Pellegrino, hanno già alzato le barricate, definendo la legge un “attacco ideologico” che finirebbe per alimentare il mercato nero e le macellazioni clandestine, senza controlli sanitari.
Cosa rischia la città ? Se la legge passasse, Catania perderebbe uno dei suoi attrattori turistici principali. Il Governo ha promesso 18 milioni di euro in tre anni per la riconversione degli allevamenti, ma tra i “foconisti” regna lo scetticismo: come si riconverte una tradizione che ha radici profonde quanto i basoli della città ?









