
Vietare la macellazione di cavalli, asini, muli, pony e bardotti riconoscendoli come animali d’affezione e quindi giuridicamente “Non Dpa”, non destinati alla produzione alimentare. È questo il cuore della proposta di legge bipartisan approdata in Senato che sta riaccendendo un dibattito antico e divisivo in Italia.
Tra tradizioni gastronomiche radicate soprattutto a Catania e una crescente sensibilità animalista, il tema della carne equina torna al centro della scena politica e culturale del Paese.
La proposta porta le firme delle senatrici Susanna Cherchi (M5S) e Luana Zanella (Avs), con un’iniziativa analoga sostenuta anche da Michela Vittoria Brambilla (Noi Moderati). Il fulcro del disegno di legge è il riconoscimento per cavalli e altri equidi dello status giuridico di animali da affezione, al pari di cani e gatti, vietandone di fatto l’utilizzo nella filiera alimentare.
Se approvata, la norma imporrebbe entro due mesi l’identificazione di tutti gli equidi sul territorio nazionale tramite microchip e l’iscrizione a un Registro anagrafico dedicato, con classificazione obbligatoria “Non Dpa”. Sono previste sanzioni pesanti per chi violasse il divieto: reclusione da tre mesi a tre anni e multe fino a 100 mila euro, con un aggravio di pena se le carni fossero immesse in commercio. Per la mancata registrazione, le sanzioni andrebbero dai 20 mila ai 50 mila euro.
Il testo istituisce inoltre un “Fondo per la riconversione degli allevamenti di equidi”, con una dotazione di 6 milioni di euro per ciascuno degli anni 2025, 2026 e 2027, per sostenere la trasformazione delle attività verso centri di recupero, turismo equestre o altre forme alternative.
Ma quanta carne di cavallo consumiamo davvero? Secondo una ricerca realizzata da Animal Equality in collaborazione con Ipsos, solo il 17% di chi consuma carne (pari al 92% degli intervistati) include anche quella equina nella propria dieta. La tendenza è in leggero calo.
Eppure, l’Italia resta tra i primi Paesi europei per consumo di carne di cavallo: nel 2024 sono stati macellati circa 17.000 equidi, mentre nel 2022 il nostro Paese ha detenuto il primato mondiale per importazioni, con 25.191 tonnellate. Tra le regioni dove il consumo è più diffuso figurano Sicilia, Puglia, Campania, Emilia-Romagna, Lombardia e Lazio.
Le motivazioni? Il 67% di chi la consuma la considera salutare, mentre solo l’8% richiama esplicitamente la tradizione regionale. Chi invece la evita lo fa perché non è abituato (44%), per ragioni emotive (42%) o perché considera i cavalli animali da compagnia (23%). Un dato che segnala un cambiamento culturale profondo.
La proposta di legge arriva in contemporanea con un’inchiesta di Animal Equality che, tramite telecamere nascoste, ha documentato presunti maltrattamenti e violazioni igienico-sanitarie in un macello equino in Emilia-Romagna, presentando denuncia alla Procura di Reggio Emilia. Non è la prima volta che il tema emerge con forza mediatica: nel 2023 una petizione per fermare la macellazione equina aveva raccolto 247 mila firme.
Secondo l’associazione, la macellazione clandestina rappresenterebbe una criticità grave della filiera equina italiana. La Relazione annuale 2022 del Ministero della Salute segnala non conformità in materia di tracciabilità, mentre la mancanza di dati specifici Istat tra il 2017 e il 2020 spesso confluiti nella categoria generica degli “ungulati” renderebbe difficile un monitoraggio puntuale.
Un ulteriore elemento riguarda i farmaci utilizzati sui cavalli non-Dpa: qualora la loro carne entrasse nel circuito alimentare, potrebbero permanere residui non compatibili con il consumo umano, con possibili rischi per la salute pubblica, come evidenziato in un video ufficiale diffuso da Animal Equity che racconta la cruda realtà dietro la macellazione di carne di cavallo, se vuoi scoprirlo clicca qui.
Se a livello nazionale il consumo appare minoritario, a Catania la carne di cavallo è identità, storia, cultura popolare. Dal “quadrilatero dei foconi” di via Plebiscito a via della Concordia, la proposta di legge viene vissuta con un misto di rabbia e preoccupazione.
“Il 70% delle persone che vengono nella nostra trattoria chiedono carne di cavallo, soprattutto i turisti. Ogni giorno, su un chilo di carne di cavallo, vendiamo solo due fettine di vitello”, racconta un ristoratore a La Sicilia. Per molti operatori, l’approvazione della legge significherebbe la fine di una tradizione gastronomica radicata quanto la Festa di Sant’Agata. Altri, invece, pur riconoscendo il peso culturale, ritengono che la distinzione tra animali da affezione e da reddito sia sempre più difficile da sostenere.
Ma il tema non si ferma alla tavola. In Sicilia il fenomeno delle corse clandestine di cavalli è una realtà più volte denunciata dalle forze dell’ordine: animali sfruttati, dopati e spesso abbandonati quando non più “utili”. In alcuni casi, questi cavalli finiscono nel circuito della macellazione illegale, alimentando una filiera parallela fuori da ogni controllo sanitario. Il rischio, sottolineano associazioni e inquirenti, non è soltanto etico ma anche per la salute pubblica: cavalli impiegati in competizioni clandestine possono essere trattati con farmaci e sostanze vietate per animali destinati al consumo umano. Se macellati illegalmente e immessi sul mercato senza tracciabilità, potrebbero portare sulle tavole carni con residui pericolosi, come evidenziato dall’articolo “Corse clandestine a Catania, un cavallo stroncato sull’asfalto: l’appello del partito animalista”.
Molti Paesi hanno già vietato o culturalmente abbandonato il consumo di carne equina. In Grecia il divieto è in vigore dal 2020; nei Paesi anglosassoni come Regno Unito, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda il consumo è un tabù culturale. In Turkmenistan il cavallo è simbolo nazionale. Inoltre, la carne equina non è kosher per la religione ebraica e in alcune nazioni a maggioranza islamica il cavallo è considerato animale nobile da lavoro.
L’Italia, dunque, si troverebbe a colmare un vuoto normativo, ma anche a confrontarsi con una tradizione gastronomica che in alcune realtà locali è ancora viva e centrale. È anche questo uno degli argomenti che alimenta il fronte favorevole al divieto: chiudere la filiera alimentare equina significherebbe, secondo i promotori, ridurre le zone d’ombra e rendere più semplice il contrasto a traffici illeciti e macellazioni abusive. Dall’altra parte, però, c’è chi teme che un divieto assoluto possa spingere ulteriormente il fenomeno nell’illegalità, danneggiando la ristorazione regolare senza eliminare davvero il problema.
Il dibattito sulla carne di cavallo non è solo alimentare: è culturale, etico, economico e sanitario. Da una parte la crescente sensibilità verso il benessere animale e la percezione del cavallo come compagno di vita; dall’altra, mestieri, identità locali e tradizioni che rischiano di scomparire. Sullo sfondo, le ombre dell’illegalità, le corse clandestine, i timori per la tracciabilità e la sicurezza alimentare.
Se il Senato dovesse approvare la legge, l’Italia chiuderebbe definitivamente la filiera alimentare equina, ridefinendo il confine tra ciò che consideriamo cibo e ciò che riconosciamo come animale d’affezione. Ma ogni scelta legislativa porta con sé conseguenze sociali, economiche e culturali che meritano un confronto aperto.
Tradizione o cambiamento? Divieto come passo avanti etico o rischio per un settore già fragile? La parola ora passa non solo alla politica, ma anche ai cittadini.
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