Le prime luci dell’alba rischiarano il cielo, i rintocchi delle campane echeggiano per la città. Catania si accende, rumoreggia, si stringe: la festa di Sant’Agata è cominciata. La processione trasforma le strade in fiumi bianchi, scandendo i tempi di una storia centenaria che si ripete ogni anno. La devozione va oltre la fede, oltre il religioso. Sant’Agata, oggi più che mai, è anche altro: è il simbolo di una resistenza che non fa rumore ma dura nel tempo. È il coraggio di non piegarsi quando sarebbe più facile cedere.
La sua storia parla di un rifiuto, di un “NO” pronunciato di fronte al potere, una scelta mai rinnegata e pagata fino alle estreme conseguenze. È qui che Sant’Agata supera il confine della fede per diventare un simbolo universale, metafora di una resistenza che non è violenta né rumorosa, ma ostinata, coerente, umana. In un tempo che ci chiede di adattarci, rinunciare, piegarci, la sua figura continua a ricordare che anche di fronte a ciò che appare potente e incrollabile, abbiamo una scelta. Forse è proprio per questo che, ancora oggi, una città intera sente il bisogno di riconoscersi in quel gesto, di resistere e rispondere con il calore della sua festa, all’indifferenza di chi dovrebbe custodirne il valore.
Il Rifiuto di Agata
Seppur si perde nei millenni, la storia di Agata è più attuale che mai: è la scelta di una giovane donna, che in un tempo in cui il potere non ammetteva repliche, sceglie di dire no. Agata rifiuta le pretese di chi la vuole sottomettere, rifiuta l’idea che la forza possa atteggiarsi a diritto, rifiuta di piegarsi anche quando la violenza si trasforma da promessa in concreta realtà. Quello di Agata, è un rifiuto che nasce dalla coscienza non dall’orgoglio, dalla consapevolezza dell’inviolabilità come donna e come persona, un diritto che oggi come allora troppo spesso viene ignorato, calpestato, negato. È forse proprio in questa forza che si radica la devozione profonda che accompagna Sant’Agata nei secoli: un’eredità che va oltre la sfera religiosa perché parla a chiunque.
Quel Quinziano che la perseguitò non appartiene solo al passato, è anche il nostro presente. Lo ritroviamo ogni giorno in tutti quegli uomini che pongono le donne di fronte alla scelta tra rinnegare se stesse o la vita, in ogni leader che piega un altro popolo sotto le bombe, in chi ignora una terra colpita incolpandola persino della propria tragedia. In un mondo così ferito e che ferisce, oggi come a quel tempo, la storia di Agata riecheggia ogni anno tra le strade di Catania per ricordarci di opporci, resistere, rialzarci, anche quando il prezzo da pagare è altissimo.
Sant’Agata: storia di una resistenza umana
La storia di Sant’Agata, ancora prima che religiosa, è una storia di resistenza umana. È il racconto di una donna che sceglie di non arrendersi, che oppone la propria dignità a un potere che vuole possederla, controllarla, zittirla. In questa prospettiva, il suo martirio non è solo un evento lontano nel tempo, ma un simbolo che attraversa i secoli arrivando fino a noi, parlando un linguaggio drammaticamente attuale. “Ella affronta con animo puro le minacce di un uomo crudel, non ascolta le vane lusinghe, le promesse di un sogno radioso” così i versi intonati dai fedeli, raccontano l’immagine di Agata che resiste con il corpo, la fede e la volontà, pagando con la sua vita la libertà di scelta.
Oggi, termini come libertà, diritti, intangibilità, sono pienamente presenti nel nostro linguaggio, astrattamente garantiti dalle nostre leggi ma spesso, tristemente assenti nelle coscienze umane. È impossibile quindi, non leggere questa vicenda con gli occhi del presente, in una società che resta spettatrice passiva di ogni genere di violenza, prima fra tutte la stessa che Agata subì millenni fa, quella che punisce le donne proprio quando scelgono di affermare se stesse, i propri limiti, il proprio diritto a dire no.
Ma la resistenza, non si limita alle violenze estreme. Ogni giorno siamo chiamati a difendere la nostra dignità e la nostra libertà in modi meno visibili, ma non meno importanti: è resistere a capricciose imposizioni, a improbabili divieti, a leggi mal scritte che limitano diritti fondamentali e cercano di piegarci senza giustificazione. È resistere a chi prova a decidere per noi, a chi pretende di conformarci a regole che stridono non solo con la coscienza ma paradossalmente persino con la Costituzione, garante delle nostre tutele.
La stessa scelta che Agata fece millenni fa, trova ancora oggi posto in chi sceglie, come lei, di dire no: alla violenza, all’ingiustizia, all’indifferenza. È un atto quotidiano, personale e coraggioso, che richiede coerenza e determinazione, per rialzarsi quando ci si sente schiacciati e soli, difendere ciò che è giusto, proteggere la propria integrità e quella degli altri, soprattutto quando ancora oggi, millenni dopo, il mondo continua a piangere martiri proprio come Agata. Ecco perché la sua storia di resistenza non è lontana né astratta: Agata ci insegna che dire no, è un atto dovuto di dignità.
Catania: la resistenza che vive
Catania non è solo lo sfondo della storia di Sant’Agata: è parte della sua leggenda, custode della sua memoria, il luogo dove la sua forza trova eco ogni anno. È una città che della resistenza ha fatto il proprio punto di forza, rialzandosi ogni volta che la vita l’ha distrutta. Dalle eruzioni del vulcano alla devastazione dei terremoti, fino alle recenti tempeste e al ciclone Harry che ha colpito la Sicilia, Catania resiste, non si arrende. Catania non si oppone alla natura, gli eventi che la colpiscono creano un’occasione di unione, la comunità si stringe e resiste a chi la vuole dimenticare, a chi la considera sacrificabile negando cura e protezione. Resiste come Sant’Agata resisteva al suo tempo, con la testa alta e il cuore saldo: un legame profondo, viscerale, che unisce la città alla sua Santa in un patto silenzioso di coraggio e dignità. Ogni strada, ogni vicolo, ogni piazza che si anima durante i festeggiamenti è un atto di resistenza, un movimento di popolo che sotto la guida della sua patrona afferma la vita contro l’oblio, della comunità contro l’indifferenza, della città contro chi la ignora, che ricostruisce le sue macerie mentre festeggia la sua patrona, riuscendo a trovare nella comunità la forza.
In questo contesto, la festa di Sant’Agata diventa molto più di una celebrazione religiosa: è un richiamo collettivo a ritrovare la direzione. In un tempo in cui il popolo si sente sempre più spesso senza guida, disorientato, distante da chi dovrebbe rappresentarlo, il messaggio umano di Agata continua a indicare una strada possibile. Non solo il coraggio di dire no, ma anche la forza di scegliere ogni giorno i sì giusti: sì alla dignità, alla giustizia, alla cura, alla responsabilità verso se stessi e gli altri. È un richiamo che non esclude, che non distingue tra credenti e non credenti, perché parla a tutti. Non a caso, nei momenti più solenni della festa, l’invito non è rivolto soltanto ai devoti, ma ai cittadini: una comunità intera chiamata a riconoscersi, a stringersi, a camminare nella stessa direzione. Sant’Agata diventa così patrimonio comune, simbolo di un’etica che unisce e non divide.
Con il cuore forte e pieno di resistenza, nel segno di una città che non smette di rialzarsi e di credere nei propri valori, il richiamo si fa voce collettiva, “Con il sacco e senza sacco” siamo tutti chiamati come civili ad essere memoria viva e promessa per il futuro.
E quindi Cittadini, evviva Sant’Agata!










