Sant’Agata – La Festa di Sant’Agata 2026 non è soltanto una celebrazione religiosa né un grande evento popolare: è un racconto corale che prende forma nelle strade di Catania, nei gesti ripetuti ogni anno e nelle voci di chi la attraversa.
Per comprenderla davvero non basta osservarla dall’esterno; bisogna fermarsi, ascoltare, lasciarsi coinvolgere. Sant’Agata vive nelle persone che camminano, che portano, che suonano, che guardano in silenzio. È attraverso di loro che la festa si spiega, si rinnova, si fa presente.
Una festa che è storia, fede e identità collettiva
Sant’Agata è una delle feste religiose più partecipate al mondo, viene classificata in terza fascia a livello mondiale, ma a renderla unica non è solo la quantità di persone, bensì la qualità del legame che la città intrattiene con la sua Santa.
Dal 3 al 5 febbraio Catania sospende il tempo ordinario e si muove secondo un ritmo antico, fatto di processioni, ceri, Candelore, musica, silenzi e attese. Ogni rito ha una funzione precisa, ogni elemento racconta un pezzo di storia: la fede cristiana, la memoria del martirio, il rapporto tra istituzioni e popolo, la capacità della comunità di riconoscersi nei propri simboli. Sant’Agata non è solo devozione, è identità condivisa che si manifesta nello spazio pubblico.
Il velo di “Tu Sei Agata”: cucire la memoria, portarla in strada
Tra la folla, lungo il percorso della festa, un uomo anziano tiene tra le mani un lungo tratto di velo. Non è un velo qualsiasi: fa parte del progetto artistico partecipativo Tu Sei Agata, ideato dall’artista Domenico Pellegrino. Un velo lungo quasi un chilometro, composto da ricami, pizzi e frammenti di memoria donati da centinaia di persone, da tutto il mondo, cuciti insieme per trasformare storie private in un’opera collettiva.
Un Volontario in età avanzata cammina piano, concentrato, con un sorriso appena accennato;
“Questo velo non pesa solo per il tessuto”, racconta. “Pesa per quello che rappresenta. Ogni pezzo è una vita, una famiglia, una storia». Le sue mani coperte da guanti bianchi stringono il bordo con cura estrema. “È come tenere insieme la città. Qui dentro c’è il passato, ma anche il futuro. Sant’Agata è questo: cucire ciò che siamo stati con ciò che saremo”.
Intorno, il velo avanza come una linea continua che unisce le persone, trasformando l’arte in gesto civico, la memoria in cammino di valori tramandati e speranza nel cuore.
L’applauso di una suora: la gratitudine che non fa rumore
Quando le Candelore passano tra la folla compare una suora anziana. Non grida, non si fa notare. Applaude lentamente, con le mani alte appena quanto basta. Suor Maria Concetta guarda la festa con un sorriso pieno di tenerezza.
“Applaudo per dire grazie”, spiega. “Non è uno spettacolo, è riconoscenza. Questa città ha attraversato tante ferite. Sant’Agata è la forza che ci tiene in piedi, è simbolo di speranza e di fede.”
Il suo gesto viene ripetuto da altri, senza coordinazione, senza clamore.
“Qui nessuno è protagonista”, aggiunge. “Qui si cammina insieme. E anche chi guarda, in realtà, sta partecipando”. In quel battito di mani lento e discreto si condensa una fede che non ha bisogno di parole, ma di presenza.
Sotto la Candelora: il peso condiviso della devozione
Più avanti, la Candelora oscilla sopra le spalle dei devoti. È alta, maestosa, riccamente decorata. Sotto, i portatori avanzano con passo sincronizzato. Uno dei portatori ha il volto teso, la maglietta inzuppata di sudore.
“La Candelora non la porti da solo”, dice. “Se uno sbaglia passo, cadono tutti. Devi fidarti di chi hai accanto”.
Ogni Candelora rappresenta un mestiere, una corporazione, una parte della città.
“Quando passiamo nei mercati”, continua , “la gente ci guarda come se vedesse sé stessa. È questo il senso: portare la città sulle spalle”.
Il legno scricchiola, la folla incita, la banda suona. È fatica, ma anche orgoglio. È il popolo che si fa rito.
La banda: la musica che tiene unita la festa
La musica accompagna tutto il percorso. Tra i musicisti ci sono molti ragazzi, alcuni alla loro prima Sant’Agata, altri già con anni d’esperienza, capace di meravigliare i devoti all’ascolto;
“Qui non suoni per metterti in mostra”, racconta un musicista devoto, “Suoni per sostenere il cammino, per dare ritmo a chi porta e a chi segue”.
Le note si insinuano nei vicoli, rimbalzano sulle facciate barocche, diventano parte del paesaggio sonoro della festa. La musica diventa così un filo invisibile che lega generazioni diverse, un linguaggio comune che non ha bisogno di spiegazioni.
W Sant’Agata: “Cittadini semu tutti devoti”
La Festa di Sant’Agata non vive nei programmi ufficiali, ma nelle persone che la attraversano. Vive nel velo di Tu Sei Agata che cuce insieme memorie e presente, nelle mani stanche dei devoti, nella musica dei ragazzi, negli applausi silenziosi, nelle bandiere che danzano.
È una festa che non chiede di essere guardata, ma condivisa. E mentre la città cammina, Sant’Agata continua a ricordare a Catania chi è stata, chi è e, soprattutto, chi può ancora diventare.















