Lavoro e giovani, l’80% dei contratti sono temporanei: i dati Istat

L'Istat rivela che circa l’80% dei contratti lavorativi dei giovani sono temporanei, alzando così l'età media dell'uscita da casa.

La questione lavorativa giovanile in Italia è ancora un argomento caldo e difficile da affrontare. Secondo i dati rinvenuti, infatti, circa l’80% dei contratti sono temporanei e non lasciano così i giovani liberi di poter acquistare una propria indipendenza lontani da casa.

L’Italia terza classificata

Secondo gli ultimi dati, l’Italia sarebbe la terza in Europa per età media in cui si lasciano a casa i ragazzi, preceduta solamente da Croazia e Slovacchia. Si è visto che l’età media del nostro paese è di circa 29 anni per le donne e di 31 anni per gli uomini. Mentre la media europea è di 24 anni per le donne è 27 per gli uomini. La Svezia, invece, è il Paese in cui l’uscita di casa avviene più presto: si parla di circa 17 anni e mezzo sia per donne che uomini.

I motivi

A quanto pare i motivi riscontrati possono essere sia economici che culturali. Infatti la mancanza di stabilità nel mondo del lavoro è tra le principali cause che ostacola l’indipendenza dei giovani. Altro motivo parrebbe essere la mancanza di strutture di cura adeguate e a norma di persone anziane. Questo comporterebbe, quindi, una maggiore tendenza a rimanere più vicini al nucleo familiare d’origine.

Contratti e indipendenza

La ricerca porta ad un punto cruciale: nel 2021 solamente il 2% dei nuovi rapporti di lavoro è stato attivato con contratti a tempo indeterminato, mentre l’80% delle assunzioni dei giovani fino a 29 anni è avvenuto con contratti temporanei.

I dati mostrano quindi come i lavoratori under 30, con e senza titoli di studio (come la laurea triennale/magistrale), hanno avuto contratti solo a termine determinato, risultando precari e senza prospettive di stabilità futura.

Lavoro irregolare

L’Istat riporta che i posti di lavoro in nero sono circa 3,6 milioni. A questi corrispondono un sommerso lavorativo del valore di circa 77 miliardi, pari al 4% del PIL.

Il costo del lavoro in Italia è tra i più alti d’Europa, per questo la componente che pesa di più sono i contributi a carico del datore di lavoro, che decide di investire erroneamente su contratti precari o addirittura irregolari.

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