L'INGV fa il punto sugli ultimi quattro parossismi registrati nel mese di febbraio e analizzando i vetri eruttati ne deduce si tratti di magma "primitivo".

Foto di Roberto Viglianisi
Questo febbraio l’Etna ci ha regalato quattro spettacolari parossismi, l’ultimo risale a sabato scorso. I laboratori dell’INGV fanno adesso il punto sul tipo di magma che ha alimentato le quattro recenti e imponenti eruzioni.
“Attraverso l’analisi dei vetri dei prodotti eruttati dai parossismi del 16, 18 e 19 febbraio, indicano che il magma coinvolto è sempre dello stesso tipo. Inoltre, essi suggeriscono che il magma è uno dei più ‘primitivi’ fra quelli emessi nel corso delle eruzioni del Cratere di SE negli ultimi 20 anni“, spiega l’INGV.
“Primitivo è un termine generale usato dai vulcanologi per riferirsi a quei magmi la cui composizione è poco cambiata rispetto a quella del mantello (terrestre) dove si sono formati. Nel quadro di magmi che all’Etna negli ultimi decenni sono stabilmente di tipo basaltico, ciò sta a significare che il sistema di alimentazione più superficiale del vulcano è attualmente permeato e raggiunto da magmi provenienti da maggiori profondità ancora ben ricchi dei gas originari e dunque (più) capaci di originare e sostenere quelle meravigliose fontane di lava che ormai tutto il mondo ha visto“.
L’INGV-OE sta conducendo ulteriori rilievi di terreno per identificare e campionare il materiale eruttato durante la fontana dell’ultima notte, ma è probabile che la composizione del magma sia ancora quella registrata nei giorni precedenti, lasciandoci quindi pensare che “A Muntagna” continui ad essere ben alimentata da serbatoi più profondi.
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