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Black Lives Matter, l’attivista: “Vi spiego perché il razzismo c’è anche in Italia”

proteste black lives matter
L'uccisione di George Floyd in Minnesota ha riacceso i riflettori sulla profilazione razziale e sulle discriminazioni verso le persone di colore. Ne abbiamo parlato con l'attivista afroitaliana Victoria Oluboyo.

Il 25 maggio scorso, l’afroamericano George Floyd è stato brutalmente ucciso dalla polizia nella città di Minneapolis, in Minnesota. Il video dell’uccisione, circolato sui social, ha messo sotto il naso di tutti il problema della profilazione razziale che quotidianamente affligge gli USA. Quello di Floyd tuttavia non è un episodio isolato, solo uno tra gli ultimi. E se è vero che la presidenza Trump ha legittimato e sdoganato una certa brutalità razzista, è vero anche che il problema non coincide esclusivamente con l’estremismo. Pestaggi e uccisioni sono solo la parte visibile dell’iceberg: il razzismo ha origini lontane e manifestazioni quotidiane.

Per questo motivo, decine di migliaia di persone, negli USA, si sono riversate nelle piazze al grido di “I can’t breathe”, per chiedere giustizia e smantellare un sistema socio-politico discriminatorio e violento. Le proteste sono poi scoppiate in tutto il mondo, fino ad arrivare in Italia, dove le principali città hanno organizzato sit-in pacifici. Per approfondire la questione, abbiamo dato voce a Victoria Oluboyo, attivista e femminista afroitaliana che, nelle ultime settimane, si è occupata di fare sensibilizzazione sui social e di contribuire all’organizzazione della manifestazione antirazzista del 9 giugno a Parma.

“Black Lives Matter”: cos’è cambiato

Il movimento “Black Lives Matter” nasce nel 2013, a seguito dell’uccisione del diciassettenne afroamericano Trayvon Martin e dell’assoluzione del suo assassino George Zimmerman. In quell’occasione, sui social media, fece la sua apparizione l’hashtag #BlackLivesMatter da cui il movimento – fondato da Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi – prese il nome. Si tratta di un gruppo decentralizzato e senza una gerarchia formale, che regolarmente organizza delle manifestazioni per protestare contro il razzismo verso le persone nere, contro la brutalità della polizia e la disuguaglianza razziale nel sistema giuridico americano. Il movimento ha avuto una risonanza mondiale dopo l’uccisione di George Floyd. Perché?

“Il BLM nasce per dire che, nonostante le persone afroamericane rappresentino solo il 13% della popolazione degli USA, queste sono le vittime principali della brutalità della polizia – spiega Victoria Oluboyo a LiveUnict –. Sono le persone più marginalizzate e più ghettizzate della società, coloro che non hanno accesso agli stessi livelli di istruzione o sanitari delle persone bianche”. In merito alla notizia dell’uccisione di Floyd, l’attivista ritiene che tutti si sono resi conto di quello che gli attivisti afroamericani denunciano da sempre. Stavolta il livello di sopportazione era ormai al limite. Poi i social media hanno fatto la loro parte. C’erano anche nel 2013, ma era diverso: Instagram aveva appena preso piede e Twitter non veniva utilizzato come ora. A ciò si aggiunge che tutti eravamo a casa, in pieno lockdown e sempre online. Il video ha aiutato, le persone l’hanno fatto girare sui social ed è arrivato velocemente anche da noi”.

Ma com’è stato avere, all’improvviso, questa grande attenzione mediatica su di sé? “Non è semplice – ammette Oluboyo –. È importante sapere gestirla, altrimenti si viene travolti. Per fortuna le varie proteste qui in Italia sono state positive. C’erano tanti afroitaliani, afrodiscendenti o, più in generale, persone discriminate. L’importante è fare rete. È importante, soprattutto in questo periodo storico, dare voce e lasciar parlare le persone coinvolte in prima persona. Ho visto tante persone che hanno cercato di cavalcare l’onda solo per avere visibilità. Questo è sbagliato. Non ci sono quasi mai occasioni così importanti per dare voce alle persone più discriminate: questo era il loro momento”.

Una questione non solo americana: il razzismo in Italia

Molte persone ritengono che gli episodi di razzismo che si sono verificati e continuano a verificarsi negli Stati Uniti, in realtà, non ci tocchino da vicino. A dispetto di fonti storiche e studi teorici che testimoniano come, dall’Unità d’Italia al colonialismo fascista, il nostro Paese si sia macchiato di torture e di stragi civili, il mito degli italiani brava gente non è mai tramontato. Ma siamo assolutamente certi di essere meno razzisti rispetto agli USA?

“Il razzismo in Italia c’è ed è istituzionalizzato – spiega l’attivista –. Lo vediamo dai media, che continuano a trasmettere un’immagine stereotipata dello straniero: quasi sempre un profugo, un richiedente asilo o comunque una persona che non combina niente di buono. Lo vediamo a scuola, quando è il momento di scegliersi il proprio futuro e i ragazzi neri vengono indirizzati, a prescindere dal voto, verso gli istituti professionali, perché molti insegnanti pensano che non potranno permettersi di pagare l’università. Questa immagine è fuorviante e razzista”.

Victoria racconta poi che, prima del lockdown, un suo amico afroitaliano era stato invitato su Rete 4 per parlare di razzismo, ma che alla fine “gli fu detto che non poteva più partecipare perché parlava un italiano troppo corretto. Lui è un italiano di origini egiziane: chi meglio di lui poteva parlare di questi temi? E poi, qualche giorno fa, un’attrice ha parlato di una serie girata qualche anno fa con diversi attori neri, stranieri e italiani. Doveva essere trasmessa sulla Rai, ma la direzione disse che la presenza di attori e attrici nere era troppo alta e non se ne fece più niente. Questo avviene sulle reti sia di destra che di sinistra.

Mi viene da ridere quando si dice che il razzismo in Italia non è come quello degli Stati Uniti – continua Oluboyo –. Non è uguale solo perché non ci scappa il morto ogni giorno, ma ci siamo quasi. Non riconoscere i tuoi cittadini o utilizzare i migranti per salvare la raccolta dei pomodori di quest’anno facendo una normativa giusto per regolarizzare la schiavitù per sei mesi e poi rimettere tutto nelle mani del caporalato, è crudele e mostra come si facciano di continuo normative e leggi razziste solamente a scopo utilitaristico.

Quello politico, secondo l’attivista, è un problema serio. “Generalmente si pensa che i partiti di destra siano razzisti mentre quelli di sinistra no. Non è così – commenta –. Alcune forme di razzismo sono presenti anche nei partiti di sinistra e di centro sinistra, di quelli che al momento hanno la maggioranza al governo, ma non fanno niente. Il decreto sicurezza c’è ancora, la riforma sulla cittadinanza non è stata applicata, la normativa sulla regolarizzazione è stata fatta passare come rivoluzionaria. È inutile scendere in piazza a denunciare, se poi non si fa nulla nel concreto. Quasi nessun partito ha detto una parola sulla morte di Floyd. Solo alcuni giorni fa, alcuni parlamentari si sono inginocchiati simbolicamente, ma lo trovo ipocrita se a questo non seguono azioni concrete“.

Il “white privilege”

Molti attivisti e molte attiviste, dal giorno in cui sono scoppiate le proteste, hanno insistito tramite i social sul concetto di “white privilege”. L’espressione indica tutta una serie di vantaggi che deriva esclusivamente dall’avere un determinato colore di pelle. In un articolo intitolato “White Privilege: Unpacking the Invisible Knapsack”, l’attivista femminista e antirazzista Peggy McIntosh descrisse questo privilegio come uno “zaino invisibile”, all’interno del quale si trovano vantaggi, strumenti, oggetti non concessi alle persone di colore. Lo zaino viene definito invisibile perché spesso non ci si accorge di avere questi privilegi, talmente scontati nella propria quotidianità da non riuscire nemmeno a vederli. Come ci si può lavorare allora su?

“Per essere dei buoni alleati, la prima cosa da fare è istruirsi – spiega Victoria –. Bisogna leggere e capire chi sono le persone discriminate dalla nostra società. Leggere libri antirazzisti, femministi, informarsi su questi temi. La storia coloniale italiana, ad esempio, non viene studiata nelle scuole italiane. Io non l’ho studiata né alle elementari, né alle medie né alle superiori. Lo stesso i miei fratelli e tutte le persone a cui mi capita di chiedere in giro. Perché? Quel periodo storico è fondamentale per capire il motivo per cui, ancora oggi, esiste lo stereotipo dell’uomo nero che viene a stuprare le nostre donne. È utile per capire il perché, nell’immaginario collettivo, la donna nera viene raffigurata come una prostituta. La storia è fondamentale. Fare finta che non sia esistita è un’altra forma di razzismo.

Istruirsi è importante per capire che esiste un privilegio, contestualizzarlo e utilizzarlo in maniera propositiva – continua –. Ho trovato molto triste vedere, nelle scorse settimane, che pochi personaggi pubblici in Italia hanno partecipato alle proteste o dato voce ai manifestanti. Nel panorama italiano ci sono moltissimi influencer, donne e uomini che guadagnano perché riescono a far presa su chi li segue. Denunciare questi episodi sarebbe la prima cosa da fare, chiarire subito da che parte si sta. Non si può far finta di niente o dire ‘non ne so abbastanza’ o ‘non voglio schierarmi’. Se non ti schieri vuol dire che tu stesso/a fai parte del problema e che con il tuo atteggiamento contribuisci a perpetrare certi meccanismi che, invece, potresti smantellare. Se non conosci abbastanza l’argomento, puoi dare voce a chi invece può fornire un contributo importante e arricchire la discussione. Fare anche solo questo sarebbe stato sufficiente.

Bisogna comprendere a fondo questo concetto di privilegio: qualche giorno fa, girava il video di una bambina nera che urlava ‘Black lives matter, no justice no peace’. Ecco, un bambino o una bambina bianca non avranno mai bisogno di scendere in piazza a causa del loro colore di pelle, perché partono da una condizione privilegiata. Il privilegio sta in questo. Non capire che, da quando nasci, la tua pelle può diventare un handicap nella società in cui vivi”.

Il futuro delle proteste

Non è la prima volta che, in America, scoppiano proteste importanti contro il razzismo verso le persone nere. Gli ultimi disordini si sono verificati nel 1992 a seguito del pestaggio di Rodney King e della conseguente sentenza di tribunale. Tuttavia, le cose questa volta sembrano diverse e negli USA tira aria di rivoluzione. Le immagini che documentano la morte di Floyd hanno avuto un impatto fortissimo sull’opinione pubblica, hanno fatto il giro del mondo e dato vita alle proteste scoppiate, a caldo, subito dopo l’omicidio. A ciò si aggiunge la possibilità che questo episodio possa avere ripercussioni concrete sulla struttura della società americana.

“Le proteste attuali potrebbero avere un peso sulle prossime elezioni presidenziali – conclude Victoria –, anzi quasi certamente determineranno chi sarà il vincitore. Porteranno sicuramente un cambiamento perché proteste così non si vedevano da tantissimo tempo. Ad esempio, adesso negli USA si sta parlando di riformare completamente il corpo di polizia. Non è da escludere un cambiamento o a una riforma totale, nella speranza che l’attenzione mediatica non si sposti. Le loro vite contano e devono contare esattamente come tutti gli altri”.

E in Europa? L’uccisione di Floyd potrebbe contribuire ad avviare un dibattito costruttivo sulle discriminazioni e sulle disuguaglianze che, in maniera solo formalmente diversa, sono radicate nel nostro Paese? Oppure l’attenzione inizierà a scemare con il calo dell’interesse da parte dei media?