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Francesco Paolo Di Blasi: l’avvocato rivoluzionario che voleva la Repubblica in Sicilia

La rivoluzione siciliana del 1848
Rivoluzione siciliana (1848)
Francesco Paolo Di Blasi visse una vita volta all'impegno per la giustizia ma la sua condotta lo portò ad essere condannato a morte per l'opposizione al regime: ecco la storia del rivoluzionario siciliano raccontata nell'anniversario della sua morte.

La Sicilia è stata una terra sempre scossa da tumulti e opposizioni al governo reggente. La motivazione può essere riscontrata più nelle continue dominazioni che si sono succedute al governo dell’isola che in una vera in indole rivoluzionaria del popolo siciliano. Tuttavia, alcuni personaggi siciliani sono passati alla storia per il loro contributo in rivolte svoltesi nell’isola, come ad esempio Francesco Paolo di Blasi. Ecco la sua storia, raccontata non a caso il 20 maggio: si tratta infatti dell’anniversario della sua morte, avvenuta a soli 40 anni nel 1795.

La vita tra legalità e giustizia

Francesco Paolo di Blasi fu da sempre immerso in un ambiente legato alla cultura e alla giustizia. La sua famiglia era infatti profondamente coinvolta da questi temi: a tal proposito, basta pensare agli studi condotti dal padre nel corso della sua vita, e dalla stessa educazione impartita a Francesco dai suoi zii tutori Salvatore e Giovanni, due benedettini.

Nato a Palermo nel 1755, Francesco crebbe in una Sicilia in piena dominazione borbonica. Secondo la Treccani, Francesco Paolo Di Blasi si interessò principalmente a temi legali e letterari nel corso della sua vita. La lotta per la giustizia fu infatti fondamentale nella vita di Francesco, e il suo impegno per lo sviluppo della legalità era probabilmente influenzato dal fatto che il padre condivideva lo stesso coinvolgimento. Basti pensare che Vincenzo Di Blasi, padre di Francesco, fu uno dei pochi uomini del tempo a mettersi in campo nella difesa delle donne, rispondendo per le rime a una filastrocca contro le esponenti del genere femminile, scritta in siciliano da Sarmento.

Il percorso formativo di Francesco Paolo Di Blasi fu quindi particolarmente incisivo per il resto della vita del giovane. E lo fu anche il periodo in cui Di Blasi si trovò a vivere: la Sicilia era infatti scossa da moti che puntavano a una riforma dell’intero sistema politico ed economico isolano. Francesco Paolo stesso fu coinvolto in prima persona da queste vicissitudini. Tuttavia, amaramente, proprio questo impegno e interesse segnò la fine della sua vita.

Francesco Paolo Di Blasi
Francesco Paolo Di Blasi

L’accusa e la condanna

Il forte disappunto che Francesco Paolo Di Blasi provava nei confronti di un governo ingiusto e ineguale nei confronti dei cittadini come fu quello di alcuni viceré in Sicilia, portò l’uomo alla decisione di agire. Lo scopo era quello di fare qualcosa per il proprio popolo oppresso e per la sua terra, soprattutto in seguito ad un radicale cambiamento come quello che avvenne nel 1795.

Alla morte del viceré Francesco d’Aquino, principe di Caramanico, la carica istituzionale fu ricoperta dall’arcivescovo Filippo Lopez y Royo. La differenza tra i due reggenti fu da subito evidente: Di Blasi, che tanto aveva lodato la spinta riformatrice del Caramanico, vide nel nuovo viceré un ritorno al passato. Filippo Lopez y Royo aveva infatti attuato un’inversione di marcia nell’amministrazione del territorio, mettendo da parte le riforme del Caramanico.

Fu allora che Di Blasi si attivò per preparare una congiura volta a ribaltare il governo del viceré e ad instaurare una Repubblica in Sicilia. Il modello al quale Di Blasi aspirava era quello della recente Rivoluzione Francese, la quale, in particolar modo per gli aspiranti rivoluzionari del tempo, si presentava come un vero e proprio mito. Tuttavia, Di Blasi fu tradito dalla confessione di un operaio pochi giorni prima della data prevista per l’inizio della rivolta.

Francesco Paolo Di Blasi fu quindi arrestato e portato nella prigione di Castellammare del Golfo, dove fu anche torturato. L’uomo non pronunciò alcuna parola sul suo piano ma, trattandosi di un membro di una famiglia di alto rango, salì nella mente dei suoi oppressori il dubbio che la congiura coinvolgesse altri personaggi dell’alta società. Tuttavia, nonostante i prestigiosi natali dell’uomo, la storia di Di Blasi non ebbe un lieto fine. Egli fu condannato a morte il 18 maggio e venne decapitato il 20 maggio 1795 nell’attuale Piazza Indipendenza di Palermo, nella quale tutt’oggi si può trovare una lapide a ricordo di Di Blasi.

Tribunale del Settecento
Tribunale del Settecento

Sciascia e Di Blasi

Nonostante il fallimento della congiura, la storia del Di Blasi non passò inosservata agli occhi del mondo. Lo stesso Leonardo Sciascia, eclettico scrittore siciliano, citò la vicenda del rivoluzionario in uno dei suoi libri. Si tratta de “Il consiglio d’Egitto”, romanzo in cui Di Blasi riprese letteralmente vita, diventando uno dei personaggi attivi della vicenda narrata. Il romanzo è infatti ambientato a Palermo alla fine del Settecento, e la trama si basa su fatti realmente accaduti, coinvolgendo tra i suoi personaggi anche le figure più illustri della società siciliana del tempo.

La storia ha infatti svolto sempre un ruolo fondamentale nell’impegno letterario di Leonardo Sciascia. Lo scrittore non era semplicemente appassionato di storia, ma si cimentava in inchieste basate su fonti storiche da lui analizzate per la stesura del suo romanzo storico. La figura di Di Blasi è caratterizzato dalla penna di Sciascia in un modo decisamente fedele allo spirito rivoluzionario del personaggio ma allo stesso sottolineandone la bonaria inclinazione.

Esemplare a tal proposito la chiusura del romanzo, che vede come evento centrale l’esecuzione della condanna di Di Blasi. Pronto per essere giustiziato, Francesco Paolo Di Blasi si vede infatti chiedere il perdono da parte del boia che avrebbe eseguito l’esecuzione, intimorito dal fatto di dover uccidere un avvocato, facoltoso esponente siciliano. Tuttavia, la pronta risposta del condannato dalle pagine di Sciascia fu: “Pensa alla tua libertà”, come a voler sottolineare ancora una volta uno dei valori fondamentali della vita, per il quale bisogna combattere ad ogni costo.