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Home Terza Pagina

La rivolta del sette e mezzo: una pagina dimenticata della storia siciliana

Martina Bianchi di Martina Bianchi
16 Settembre 2019
in Terza Pagina
Tempo di lettura: 4 minuti di lettura
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La Sicilia è sempre stata un luogo di grande fermento sociale e politico: non a caso questa terra è stata spesso teatro di rilevanti rivolte contro le autorità. La storia del popolo siciliano è intrisa di sanguinose rivendicazioni dei propri diritti, spesso scatenati da condizioni di estrema miseria o da promesse non mantenute.

Era il settembre del 1866 quando il popolo siciliano insorse in diverse parti dell’Isola contro lo Stato Italiano, dando vita a quella che sarebbe passata alla storia come la “Rivolta del Sette e mezzo“. Si tratta di un atto consecutivo al Risorgimento italiano, una pagina tutta siciliana che però viene spesso trascurata nei programmi scolastici. Tuttavia, questa insurrezione rappresenta uno dei tasselli fondamentali della storia siciliana tra i vari moti di indipendentismo isolano. Ma quali sono state le sue cause? E chi ne è stato protagonista?

La rivolta: nome, cause e sviluppo

La rivolta del sette e mezzo porta questo nome a seguito della sua durata: l’insurrezione ebbi infatti inizio alle prime luci del 16 settembre 1866 e si concluse il 22, esattamente dopo sette giorni e mezzo. L’area interessata fu prevalentemente quella della provincia palermitana, con un ruolo di spicco per il capoluogo siciliano. Infatti, fu proprio a Palermo che nel corso della ribellione si costituì il Comitato rivoluzionario che accolse molte personalità di spicco dell’aristocrazia siciliana.

La motivazione principale della rivolta fu l’insoddisfazione del popolo siciliano: essa era dovuta ad una condizione di miseria vissuta dagli strati sociali meno abbienti, ma anche alle novità introdotte dal neonato Regno unitario che aderivano poco e niente alla realtà siciliana. Già anni prima, con l’introduzione della coscrizione militare obbligatoria, si erano infatti verificate le prime rimostranze da parte degli isolani che sotto il governo borbonico erano esenti da tale vincolo. Tuttavia, ciò che i siciliani non poterono accettare furono le imposizioni contro la propria cultura da parte di funzionari statali che spesso le consideravano necessarie per lo sviluppo civile dell’Isola: un esempio tra gli altri, l’abolizione dei festeggiamenti di Santa Rosalia il 4 settembre.

Una caratteristica importante della rivolta fu la sua natura politica “mista”: non è infatti possibile individuare un’unica corrente politica al suo interno dato che i suoi rappresentanti erano di ideologie opposte, di destra e di sinistra. Con circa 35 mila insorti radunati, la ribellione si accese tanto velocemente quanto bastò per spegnersi, tra  sventolii di bandiere rosse e battaglie al grido di “Viva la Repubblica”.

I protagonisti

Oltre all’impossibilità di inquadrare la rivolta del sette e mezzo in un’ideologia politica, essa fu definita “acefala“, vale a dire senza nessuna figura che possa essere indicata come sua promotrice. In generale, l’insurrezione coinvolse repubblicani e autonomisti, ma anche ex-borbonici, mazziniani ed ex-garibaldini. Estrema destra ed estrema sinistra si fusero nella lotta al Regno d’Italia con lo scopo unico di sovvertire l’ordine ma con fini diversi: la restaurazione borbonica per i primi e l’instaurazione della repubblica per i secondi.

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Tuttavia, è possibile citare alcuni dei principali personaggi storici coinvolti nello sviluppo dell’insurrezione. Molti erano appartenenti alle grandi famiglie nobili del tempo: il principe di Ramacca, il principe Bonanno di Linguaglossa, il barone Pignatelli e Giuseppe de Spuches, poeta siciliano nonché principe di Galati Mamertino. Presero parte alla rivolta anche Francesco Bonafede, già protagonista dell’insurrezione isolana del ’48, e monsignor Benedetto d’Acquisto, arcivescovo di Monreale. Quest’ultimo aveva avuto il compito di domare la rivolta ma riuscì a fare ben poco contro i rivoluzionari e fu per questo arrestato e indicato come “reazionario” dal generale Raffaele Cadorna, il quale si occupò personalmente della repressione dei rivoltosi.

La repressione

La reazione del Regno d’Italia recentemente unito non si fece attendere. La rivolta provocò una sanguinosa repressione dell’esercito al seguito del generale Cadorna. Non si conoscono i numeri esatti delle vittime, ma certamente non furono pochi. Il governo colpì Palermo, la città cuore della rivolta, con dei bombardamenti e adottò esecuzioni senza processo, forte di un esercito di 40mila uomini inviati dallo Stato a difendere l’Unità e il potere ottenuti solo da qualche anno.

La repressione fu dura e senza sconti per il ruolo sociale che i rivoltosi ricoprivano. Tuttavia, da successive testimonianze di storici come Paolo Alatri, è possibile comprendere che a farne le spese furono soprattutto gli strati più bassi della società siciliana. Tra gli accusati spiccavano artigiani, commercianti e agricoltori, anche se è facile immaginare che la gran parte dei rivoltosi provenisse proprio dai gruppi sociali meno abbienti.

Camilleri racconta la rivolta del sette e mezzo

L’insurrezione siciliana del 1866 è stata narrata da illustri personaggi. Tra questi spicca il maestro Camilleri che, nell’incipit alla biografia romanzata di Luigi Pirandello “Biografia del figlio cambiato”, racconta con il suo stile inimitabile alcuni tratti dell’evento. Ecco una parte del testo:

“Una tinta mattinata del settembre 1866, i nobili, i benestanti, i burgisi, i commercianti all’ingrosso e al minuto, i signori tanto di coppola quanto di cappello, le guarnigioni e i loro comandanti, gli impiegati di uffici, sottuffici e ufficiuzzi governativi, che dopo l’Unità avevano invaso la Sicilia pejo che le cavallette, vennero arrisbigliati di colpo e malamente da uno spaventoso tirribilio di vociate, sparatine, rumorate di carri, nitriti di vestie, passi di corsa, invocazioni di aiuto.

Tre o quattromila viddrani, contadini delle campagne vicino a Palermo, armati e comandati per gran parte da ex capisquadra dell’impresa garibaldina, stavano assalendo la città. In un vidiri e svidiri, Palermo capitolò, quasi senza resistenza: ai viddrani si era aggiunto il popolino, scatenando una rivolta che sulle prime parse addirittura indomabile.

Non tutti però a Palermo furono pigliati di sorpresa. Tutta la notte erano ristati in piedi e vigilanti quelli che aspettavamo che capitasse quello che doveva capitare. Erano stati loro a sostenere quella rivolta che definivano “repubblicana”, ma che i siciliani, con l’ironia, con la quale spesso salano le loro storie più tragiche chiamarono la rivolta del “Sette e mezzo”, ché tanti giorni durò la sollevazione”.

Tags: Andrea Camilleripalermorivolta del sette e mezzostorie di sicilia

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