Era attesa da anni la riforma sul praticantato per gli aspiranti avvocati, ma le nuove direttive deludono e preoccupano gli studenti di Giurisprudenza.

È dello scorso venerdì la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dell’ultimo decreto che disciplina i corsi di formazione per aspiranti avvocati. A partire dal 2018, infatti, chiunque desideri intraprendere la carriera forense è tenuto non soltanto a svolgere un periodo di pratica presso uno studio legale, ma anche a frequentare obbligatoriamente, e per un periodo non inferiore ai 18 mesi, specifici corsi di formazione a pagamento, volti al superamento dell’esame di abilitazione.
La novità, introdotta dalla nuova riforma, riguarda la possibilità riconosciuta a enti esterni di organizzare e tenere i corsi di formazione, aggiungendo, in tal modo, un elemento di discrezionalità a un sistema che già ostacola o, se non altro, rallenta l’introduzione dei neolaureati in Giurisprudenza nell’ambiente forense.
Sebbene l’istituzione dei corsi di formazione resterà in primis nelle mani dei Consigli degli ordini e delle associazioni forensi, infatti, da oggi in poi anche enti terzi potranno svolgere corsi privati, ma è proprio questa novità a preoccupare e destare i sospetti. Le ultime direttive scontenterebbero anche gli studenti, i quali si troverebbero così di fronte all’ennesimo ostacolo verso la carriera da avvocato. L’eventualità dell’introduzione del numero chiuso, infatti, preoccupa e non poco, concretizzando di fatto il timore che molti laureati, dopo anni di studi e sacrifici, possano ritrovarsi nell’impossibilità di poter proseguire il proprio percorso.
“C’è il concreto pericolo che questa riforma possa ostacolare seriamente l’accesso alla professione – dichiara Manfredi, studente di Giurisprudenza – non soltanto ci viene richiesto di rimetterci a studiare già dopo il conseguimento della laurea, non bastano i sacrifici, ma non viene garantita neanche la sicurezza di riuscire conseguire i titoli necessari all’introduzione nel mondo forense”.
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