
Quello che sembrerebbe un sogno per tutte le matricole e un incubo per i già laureati è oramai realtà: quella che un tempo era la tesi, via dal piano di studi.
È ciò che è accaduto in diversi corsi nelle Università di Milano, Palermo passando per la Ca’ Foscari, il Dams di Bologna, la facoltà di Studi internazionali di Forlì, e anche la Bocconi. Nel corso di Economia, mercati e istituzioni (sempre a Bologna) è invece previsto un esame finale uguale per tutti, solo così si diventa dottori. Ogni corso dunque sceglie la modalità migliore per svolgere questa benedetta prova finale: elaborato, discussione, esame. Valendo dai 3 a 6 crediti, essa è traducibile in 75/150 ore di lavoro, non paragonabile al vecchio lavoro di tesi insomma.
Una decisione che ha fatto sicuramente discutere con conseguenze quali l’annullamento delle feste a fine studi (per chi non continua con la laurea specialistica) e la muta ammissione che i primi tre anni di università non sono una laurea vera e propria (bestemmia, a mio modo di vedere, per chi ha raggiunto la laurea di primo livello con non poche difficoltà). Ad onor del vero, questa semplificazione porta però anche dei vantaggi: risparmio di tempo e risorse sia per gli studenti che per l’università, ma soprattutto la fine di tesine striminzite e/o scopiazzate.
Insomma come in ogni cosa, troviamo dei lati positivi e dei lati negativi: non ha importanza a quale schieramento voi apparteniate, se volete un capro espiatorio comune, prendetevela semplicemente con la riforma 3+2 che in Italia non ha avuto lo stesso successo europeo!
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