
Da quattro anni si attendeva un regolamento attuativo dell’articolo 43 della L. 247/2012 sulle modifiche all’accesso alla professione forense ma nessuno si sarebbe aspettato una virata in tal senso; il percorso, per i laureati che vorranno provare a diventare avvocati, diventa ancora più complesso.
Se già a partire dall’esame del dicembre 2018 (e quindi per tutti coloro che si laureeranno da aprile 2016 in poi), si era reso il percorso più complesso con l’abolizione della possibilità di portare in sede d’esame i codici commentati, il legislatore ha deciso di trasformare quello che dovrebbe essere un “banale” praticantato in un percorso ad ostacoli.
Il Ministero della Giustizia ha inviato al Consiglio Nazionale Forense (CNF) lo “Schema di decreto concernente: Regolamento recante la disciplina dei corsi di formazione per la professione forense” e tale schema parla espressamente di corsi di formazione obbligatori il cui accesso è propedeutico per l’inizio della pratica forense. Corsi che non solo saranno a pagamento ma, a quanto pare, anche a numero chiuso. Un sistema ad imbuto che lascerà fuori dalle aule di tribunale migliaia di laureati che hanno affrontato uno dei percorsi più difficili e complessi del nostro sistema accademico.
Le associazioni studentesche si sono da sempre battute per una riforma della pratica forense, si sarebbero aspettati una scelta che rendesse l’accesso più agevole e naturale, coadiuvato dalla riforma del sistema accademico. Nessuno dei firmatari della lettera consegnata mesi fa al Ministro Orlando avrebbe voluto questo epilogo o si sarebbe aspettato questo colpo di mano dell’Ordine degli avvocati, nascosto dietro un sempreverde “Ci sono troppi avvocati”.
A concludere il tutto, gli studenti e le loro associazioni rappresentative non sono mai state interpellate nell’elaborazione di questa nuova formula. Si tratta di un’élite che nega la naturale prosecuzione di un percorso professionale alla nuova generazione.
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