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Fuori l’italiano dall’università pubblica: gli Accademici della Crusca intervengono

Alessia Costanzo di Alessia Costanzo
19 Novembre 2014
in Attualità, Scuola, Sociale e Welfare, Università di Catania
Tempo di lettura: 4 minuti di lettura
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Fuori l’Italiano dall’università pubblica. Sembrerebbe uno scherzo, invece è il titolo – che si chiude però con un punto di domanda – di una pubblicazione dell’Accademia della Crusca ed è anche il messaggio che arriva direttamente dal Politecnico di Milano: due anni fa, è stata avanzata la proposta di strutturare in inglese tutti i corsi della magistrale. Dopo il ricorso di 150 docenti, il Tar ha respinto la proposta, ma non potrà nulla contro le singole decisioni dei rettori: la nota università milanese, difatti, ha saputo abilmente aggirare il divieto, tanto che quest’anno gli studenti italiani potranno scegliere tra ben 29 corsi in inglese su 34.

Numerosi sono stati gli interventi dei linguisti e dell’Accademia della Crusca in difesa dell’italiano, così come molti studenti e docenti si sono schierati a favore della proposta. Ma quello del Politecnico di Milano non è un caso isolato, anche a Bologna o Roma, molto spesso, gli studenti scelgono di frequentare un corso in inglese: ammettiamolo, una formazione internazionale fa gola a tutti. Ma cosa significa realmente incrementare l’insegnamento dell’inglese in Italia? E in che modo lo si sta facendo?

Per affrontare la questione, abbiamo chiesto l’intervento della Prof.ssa Gabriella Alfieri, ordinaria di Storia della Lingua Italiana nell’Università di Catania e Accademica della Crusca, che ci ha fatto notare come il retroterra culturale italiano non sia ancora pronto ad accettare simili iniziative: «La lezione è un evento comunicativo complesso: se l’insegnamento venisse svolto da docenti italiani che hanno una padronanza totale della lingua straniera la proposta sarebbe accettabile. Se si trattasse di  studenti che devono completare la propria formazione all’estero, con dottorati o master, i corsi in inglese sarebbero un’esigenza. Ma per studenti di laurea magistrale, che potrebbero continuare la loro carriera in Italia, questa proposta è antieconomica, perché, in caso di proseguimento degli studi fuori dall’Italia, saranno gli studenti stessi a dotarsi degli strumenti necessari con esperienze all’estero». È, inoltre, innegabile che gli studenti potrebbero avere delle difficoltà a seguire un corso in inglese, come ci suggerisce la docente: «Se i destinatari fossero studenti italiani, con una conoscenza scolastica dell’inglese, non avrebbero una preparazione tale per affrontare l’insegnamento integrale di un corso in lingua straniera –  e continua –  «Sicuramente anche gli studenti stranieri, provenienti per lo più da Paesi in via di sviluppo, che frequentano i nostri Politecnici non hanno una conoscenza sistematica dell’inglese. Questi corsi servono a incrementare l’appetibilità delle università italiane per questa fascia di studenti. Ma che servizio offriamo? I nostri docenti sono davvero in grado di tenere corsi in un inglese che non sia una lingua power point?».

Approfondendo la questione, un’importante distinzione va anche fatta per i vari indirizzi universitari: «Nei corsi di studio tecnico-scientifici, tutto questo ha una sua realistica motivazione: architetti, ingegneri e scienziati si troveranno a scrivere o a leggere saggi in inglese. Ma nei corsi umanistici l’italiano è la lingua di lavoro. Anche gli studenti stranieri che scelgono di studiare in un corso umanistico, in Italia, lo fanno perché vogliono specializzarsi in lingua e cultura italiana».

Quale sarebbe la soluzione migliore per offrire una formazione internazionale agli studenti? «L’ideale sarebbe che, fin dai primi cicli d’infanzia, come accade nel Nord Europa, si curasse adeguatamente l’insegnamento della lingua madre e dell’inglese, in parallelo e con adeguato impegno. Ci sono scuole primarie dove i genitori devono sostenere una spesa notevole per garantire un supporto esterno  per l’insegnamento dell’inglese, ma è la scuola che dovrebbe garantirlo».  Immaginando che una proposta del genere arrivasse anche all’Università di Catania, la docente si è mostrata pienamente favorevole solo se l’insegnamento fosse strutturato in maniera adeguata, senza penalizzare quello dell’italiano. E proprio «L’Università di Catania – come ci segnala la Prof.ssa Alfieri – è l’unico ateneo in Italia in cui sono stati inseriti i quesiti di conoscenza della lingua italiana, di comprensione del testo e di competenza strutturata della lingua tra i requisiti di accesso alle facoltà umanistiche. Si spera, l’anno prossimo, di fare lo stesso anche per i corsi di laurea scientifica. Sensibilizzare lo studente è un modo concreto di dare valore alla lingua».

Oltretutto, la presenza di corsi inglese non minaccia in alcun modo la lingua italiana, come sostiene la docente, per la quale «valorizzare la lingua madre implica che l’italiano venga insegnato adeguatamente e che venga instillata negli studenti un’adeguata consapevolezza del valore della lingua».

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Durante la lezione “Il professore di italiano è un professore di ‘cervello’. Perché si studia la grammatica?”, tenutasi all’Università di Catania, abbiamo anche avuto modo di sentire l’opinione del Prof. Sabatini. Il  Presidente emerito dell’Accademia della Crusca non nega l’importanza di una formazione internazionale per professionisti che sappiano comunicare anche all’estero, ma ha spiegato: «Se si chiudono i corsi in italiano e ci sono solo corsi in inglese, si producono delle deformazioni e delle esclusioni, perché non siamo a questo livello di capacità. Se il sapere specialistico si chiude in una “torre d’avorio”, ripiombiamo nel Medioevo, quando il sapere era di pochissimi. Un sapere che non abbia radici sociali, è un sapere pericoloso perché risponde all’interesse di alcuni gruppi. Che si parli, ad esempio, di fisica in italiano è importante».

Forse molti non sanno che l’italiano è la quarta lingua più studiata all’estero e, a confermarlo, non vi sono solo i dati della Farnesina. Basterebbe citare l’incontro, tenutosi qualche settimana fa a Milano e riportato da Il Sole 24 ore, in cui alcuni tecnici e imprenditori cinesi, dopo aver incontrato i loro omologhi italiani, hanno chiesto ai propri interlocutori un’adeguata formazione in cinese e, allo stesso tempo, si sono impegnati a migliorare lo studio dell’italiano per comunicare direttamente.

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