
Noi non vogliamo giungere a conclusioni affrettate. Non ci compete. Quel che è certo, però, è che in un periodo storico ed economico, ormai siamo stanchi di sentirlo, eufemisticamente “a terra”, il numero dei suicidi, tentati o riusciti che siano, sale di giorno in giorno. E questo non è normale. E non è nemmeno sano. I “nullafacenti” esistono dall’alba dei tempi, ma prima erano un caso isolato e venivano difatti posti ai margini di una società laboriosa che adocchiava malamente e, chissà, forse con un pizzico d’invidia il loro vivere nel dolce far niente. Adesso è la comunità stessa ad essere “nullafacente” in una percentuale decisamente maggiore di quella resa pubblica. E, poco ma sicuro, non è tale per scelta. Una comunità ai margini della comunità. Un ossimoro contro natura e contro civiltà. E la nullafacenza, tradotta oggi col termine moderno e logoro di DISOCCUPAZIONE, non porta mica il pane in tavola. Manco a dirlo. E senza pane, si crepa di fame. E una comunità che crepa di fame, contrariamente a quanto ci fanno credere dando uno sguardo ai paesi del Terzo Mondo, non è cosa normale e nemmeno sana. Ovvietà. Riflessioni scontate. Ma se si tratta di concetti tanto ovvi, perché prenderne atto e procedere nel cambiare ciò che è così palesemente sbagliato appare di giorno in giorno più utopico? Neanche un padre di famiglia che dopo anni ed anni di onorato servizio viene mandato fuori a pedate, con moglie e figli da sfamare e mutuo sul groppone, e si vede costretto a vagliare l’alternativa di farla finita, perché sembra in fin dei conti l’unica soluzione possibile, è cosa normale o sana. E dunque, se ne deduce che nemmeno un povero cristo deriso e scansato dalla società che lo circonda, persino se minaccia di togliersi la vita, non sia una cosa normale o sana. No. Non lo è. Fino a non troppo tempo fa le persone provavano orrore, paura e pietà a tale vista, e soltanto alcuni guardoni dall’animo torbido provavano morboso diletto. Adesso, pare che la maggioranza si sia ribaltata. Il vento è cambiato, e non ha un buon odore.
Che l’”insensibilizzazione” sia la nuova conquista del progresso, dell’evoluzione? Che sia davvero questo: un individuo che non soffre più di niente perché troppo abituato a patire, che sta da una parte del muro, quella sghignazzante, o dall’altra, quella disperata in lacrime, senza vie di mezzo, l’uomo della nuova era globale?
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