Il dialetto siciliano e l’influenza delle altre culture: ecco da dove derivano alcuni termini

Inutile negarlo, ogni siciliano che si rispetti, a contatto con altre lingue, riesce a captare qualcosa che sembra aver già sentito, ma cosa? 

Il siciliano racchiude in sé una matrice appartenente a gruppi di lingue diverse tra loro. Il bagaglio culturale che ne esce è variegato, sfaccettato e dà forma a una lingua vera e propria, con un sistema fonetico e una grammatica ben precisa. Le influenze delle diverse dominazioni sulla Sicilia hanno fatto sì che la lingua ne uscisse come un puzzle completo, riunendo sotto un unico gruppo tutte le influenze (araba, normanna, francese, catalana, spagnola, latina, greca, italiana, tedesca).

Ed è per questo motivo che è possibile osservare perfettamente come tra le lingue di dominazione e il siciliano esistano somiglianze così forti da non non essere trascurate. Studi linguistici hanno contribuito a fare chiarezza su tale aspetto, riuscendo a capire l’influenza di alcuni termini.

Come mostra l’immagine, soprattutto tra siciliano, castigliano e catalano, le somiglianze muovono all’insù gli spigoli della bocca.

catalano-sicilianao

Ovviamente non si riduce tutto a queste tre lingue. Come accennato in precedenza, le influenze sono varie e, anche in quel caso, è possibile constatare una somiglia tra le parole e il loro significato. L’elenco di seguito racchiude soltanto alcune delle parole che provengono da influenze arabe, francese, latine, tedesche e greche. 

ESEMPI: 

  • abbanniàri (proclamare, gridare) [tedesco: bandujan = dar pubblico annuncio];
  • addumàri (accendere) [francese: allumer; italiano arc.: allumare];
  • annacàri (cullare, dondolare) [greco: naka = culla];
  • antùra (poco fa) [latino: ante horam];
  • arrassàri (allontanare) [arabo: arata];
  • babbalùciu (lumaca) [arabo: babalush];
  • babbiàri (scherzare) [greco: babazo = ciarlare];
  • baddòttula (donnola) [francese:];
  • balàta (lastra di pietra) [arabo: balàt];
  • bìfara (varietà di fico) [latino: bifer];
  • càlia (ceci abbrustoliti) [arabo: haliah];
  • càmula (tarma) [arabo: qaml, qamla = pidocchio; latino: camura];
  • canìgghia (crusca) [latino volg.: canilia];
  • càntaru (càntero, vaso da notte) [greco: kantaros = vaso da vino];
  • fòrficia (forbici) [latino: forfex; italiano arc.: forfici];
  • fumèri (letame, concime stallatico) [francese: fumier];
  • gèbbia (ricetto d’acqua, vasca) [arabo: gébiya];
  • giugnèttu (luglio) [francese: juillet];
  • giùmmu (pennacchio) [arabo: giummah];
  • lippu (grassume, muschio di conduttura d’acqua) [greco: lipos];
  • manciaciùmi (prurito) [francese:];
  • munzeddu (cumulo, mucchio) [francese: moncel = piccolo monte];
  • muscalòru (ventaglio per le mosche) [latino: muscarium];
  • ‘ntamàtu (sbalordito), [greco: thàuma; francese: entamé];
  • ‘nzémmula (insieme, in compagnia) [latino: in simul];
  • pidicùddu, piricùddu (picciuolo di frutto) [latino: pediculus];
  • pitrusìnu (prezzemolo) [greco: petrosélinon];
  • raggia (rabbia) [francese: rage];
  • sciàrra (litigio) [italiano arc.: sciarra; arabo: sciarr = guerra];
  • tannu (tempo fa, allora) [latino: tandiu = tanto tempo, un così lungo tempo];
  • trùscia (fagotto) [francese: trousse];
  • tuppuliàri (battere) [greco: typto = battere];
  • vuccèri (macellaio) [francese: boucher];
  • zuccu (ramo che nasce dalla parte bassa del tronco, tronco) [arabo: suq].

Ovviamente il dialetto siciliano non si limita a queste influenze di lingue conosciute. Tanti sono i termini utilizzati che ancora oggi non è stato facile accostare a una specifica lingua. A volte accade anche che un termine siciliano venga introdotto nella lingua italiana, come l’ultimo caso del termine usato da Cammilleri, “babbiari”, riportato nel dizionario italiano Zingarelli.  Ancora una volta il siciliano dimostra di possedere una valenza così forte da non essere ridotto a un semplice dialetto.

Nonostante tutto, oggi il siciliano non gode di alcuna tutela. Infatti, la legge nº 482/1999 “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche” prevede in una sua parte che “la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo” escludendo, dunque, altri dialetti tra cui proprio il siciliano. Con una petizione del dicembre dell’anno scorso, attivata su change.org, si è proposto una legge ad hoc o anche un emendamento alla legge 482/1999 prima citata, affinché anche la lingua siciliana venga riconosciuta come minoranza linguistica storica.

Ed è proprio il caso di dirlo, “Cù avi lingua, passa ‘u mari” e cioè “Chi ha una buona dialettica, passa il mare”.

Fonte: linguasiciliana.org.


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Classe 1989. Dalle sabbie dorate agrigentine e dalla bianca scala dei turchi si è trasferita a Catania per intraprendere i suoi studi e iniziare a dare forma ai suoi sogni. Laureata in Lingue e culture europee, si divide tra lavoro e studio. Appassionata di traduzioni, cinema, musica e libri, è un’inguaribile sognatrice. Spera un giorno di addentrarsi nel mondo dell’editoria.

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