
Si stanno svolgendo in questo periodo le chiamate dirette dei Presidi e tra i commenti sulle scelte da parte di quest’ultimi sui metodi di “selezione” dei docenti non tardano ad arrivare alcune testimonianze da parte dei docenti ingiustamente messi alla porta.
La denuncia giunge da una insegnante della città di Perugia attraverso una lettera inviata e pubblicata da Orizzonte Scuola in cui riporta le parole del preside, prossimo alla pensione, che le hanno tolto la possibilità lavorativa nella scuola della sua città: “Non possiamo non tener conto che lei è in congedo per maternità“.
Di seguito riportiamo la lettera:
Mio figlio è venuto al mondo, un mondo in cui sentirà che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, che “è vietata qualsiasi discriminazione per ragioni connesse al sesso, con particolare riguardo ad ogni trattamento meno favorevole in ragione dello stato di gravidanza, nonché di maternità”, che “la parità di trattamento e di opportunità tra uomini e donne deve essere assicurata in tutti i campi, compreso quello dell’occupazione”; un mondo governato dalle leggi della trasparenza e delle pubblicità dell’amministrazione della res publica.
Mio figlio è nato nella parte del mondo che vanta una cultura dei diritti, un’emancipazione dalla misera condizione di mera subordinazione delle vite ad altre vite umane, ordinamenti costituzionali ricchi dei frutti di lotte secolari. Non sa però che sua madre oggi non si sente cittadina di questo mondo, discriminata in fase di selezione per la chiamata dei Presidi, trovata tecnica e scelta politica che, insieme alle altre, ha contribuito a trasformare la scuola pubblica – luogo di esplicazione non solo dei diritti di istruzione e dei diritti connessi alla crescita, ma anche dei diritti sociali delle lavoratrici e dei lavoratori che assolvono il più delicato dei compiti in una società: la formazione dei cittadini di domani – in un’azienda in cui i più alti principi della Costituzione faticano ad entrare.
Ad escludermi dalla possibilità di lavorare nella comunità in cui vivo una graduatoria nominativa priva di ulteriori indicazioni e/o punteggi, dietro il qual silenzio difficilmente potranno essere allocate ragioni di tutela della privacy e che invece ci sembra indicare il divieto d’accesso delle ragioni di chi subisce al buio. Ma l’alone delle informalità che pongono punti interrogativi è ancora più ampio e investe anche le modalità delle comunicazioni, squisitamente amichevoli anziché formali e certificate, colloqui in cui persino esponenti sindacalisti di un certo rilievo pronunciano morbidamente parole amare e umilianti che fanno della maternità un privilegio e un fardello ingestibile per i pubblici poteri.
E’ quanto accadutomi presso la scuola della città in cui vivo, in provincia di Perugia.
“Non possiamo non tener conto che lei è in congedo per maternità”, la riflessione del preside, prossimo alla pensione, che condizionerà la mia vita e quella di mio figlio per i prossimi tre anni.
Maria Grazia Alcaro
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