E se la pensione del futuro cominciasse il giorno della nascita?
È questa una delle ipotesi che sta prendendo forma nel dibattito sulla prossima legge di Bilancio, mentre il Governo cerca nuove risposte all’inverno demografico italiano. Il tema è stato rilanciato dal ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che dal Forum di Cernobbio ha indicato la demografia come una delle questioni alle quali la Manovra dovrà prestare particolare attenzione. Tra le idee sul tavolo c’è anche quella di riconoscere a ogni neonato un piccolo contributo pubblico destinato ad avviare una posizione di previdenza complementare.
Una somma apparentemente modesta, ma che, lasciata investita per decenni e sostenuta dall’interesse composto, potrebbe trasformarsi in un capitale significativo. La proposta, tuttavia, solleva interrogativi non secondari: quanto dovrebbe versare lo Stato? Chi gestirebbe questi soldi? E soprattutto, quanto costerebbe alle casse pubbliche creare milioni di posizioni previdenziali destinate a maturare nell’arco di una vita?
La pensione potrebbe iniziare in culla: perché il Governo guarda ai neonati
L’idea parte da una constatazione tanto semplice quanto difficile da ignorare: il sistema pensionistico italiano dovrà fare i conti con una popolazione sempre più anziana e con un numero sempre più ridotto di lavoratori. Meno nascite oggi significano, tra alcuni decenni, meno persone in età lavorativa chiamate a finanziare il sistema previdenziale. Per questo il problema demografico non riguarda soltanto la scuola, la sanità o il mercato del lavoro, ma tocca direttamente la sostenibilità delle pensioni future. In questo scenario, la previdenza complementare potrebbe assumere un ruolo crescente accanto alla pensione pubblica. La proposta allo studio punta quindi a sfruttare un vantaggio che nessun investimento può recuperare a posteriori: il tempo.
Un bambino che cominciasse ad accumulare capitale dalla nascita avrebbe davanti a sé oltre sessant’anni di possibile investimento prima dell’età pensionabile. Anche un versamento iniziale contenuto, se lasciato crescere e se i rendimenti venissero reinvestiti, potrebbe beneficiare per decenni della capitalizzazione composta. Non si tratterebbe, dunque, soltanto di regalare una somma ai nuovi nati, ma di creare molto presto una cultura della previdenza integrativa, spingendo le famiglie a considerare la pensione come un obiettivo da costruire gradualmente e non come una questione da affrontare soltanto alla fine della vita lavorativa.
Il modello tedesco e quei pochi euro che, dopo decenni, possono diventare una fortuna
Un precedente arriva dalla Germania, dove è stato introdotto un meccanismo che segue una logica analoga: aprire una posizione previdenziale per i bambini e accompagnarla con contributi pubblici e familiari. Nel modello descritto, lo Stato verserebbe 10 euro al mese per un periodo compreso tra i 6 e i 12 anni, mentre le famiglie aggiungerebbero 20 euro mensili. Nell’arco di dodici anni si arriverebbe così a 4.320 euro di versamenti complessivi. Il punto interessante, però, non sono tanto i 4.320 euro quanto ciò che potrebbe accadere se quella somma venisse investita e lasciata lavorare per molti decenni. Con un rendimento ipotetico del 7% annuo e il reinvestimento dei guadagni, il capitale potrebbe arrivare, nell’esempio proposto, a circa 160 mila euro al momento della pensione.
È proprio qui che si trova il cuore della proposta: non servono necessariamente grandi somme iniziali quando l’orizzonte temporale è estremamente lungo. In Italia le ipotesi sono ancora in fase di definizione e potrebbero essere molto diverse. Una delle simulazioni considera, per esempio, 50 euro al mese versati dallo Stato per i primi 36 mesi di vita, per un esborso pubblico complessivo di 1.800 euro. Se il capitale rimanesse investito fino a 67 anni, secondo lo scenario ipotetico riportato, potrebbe arrivare a circa 266 mila euro nominali. Una cifra che, una volta considerata l’inflazione e le imposte, avrebbe un valore reale molto più contenuto. Ma proprio questa differenza dimostra perché, quando si parla di investimenti a lunghissimo termine, guardare soltanto alla cifra finale può essere fuorviante: bisogna considerare anche inflazione, costi, tassazione e rendimento effettivo.
Da 1.800 euro a oltre un milione: la variabile decisiva sono i versamenti della famiglia
La simulazione diventa ancora più interessante quando accanto al contributo pubblico entra in gioco la famiglia. Se ai 50 euro mensili dello Stato per i primi tre anni si aggiungessero altri 50 euro al mese versati dai genitori fino ai 18 anni, il capitale potenziale accumulato entro i 67 anni potrebbe raggiungere circa 1,2 milioni di euro nominali, secondo lo scenario ipotizzato. In termini reali, tenendo conto di un’inflazione media del 2% annuo, equivarrebbe a circa 328 mila euro di oggi. Naturalmente non si tratta di una previsione né di un rendimento garantito: il risultato dipenderebbe dai mercati finanziari e dalle caratteristiche concrete del fondo scelto. La simulazione serve soprattutto a rendere visibile l’effetto della capitalizzazione composta. Lo stesso principio emerge confrontando età diverse di partenza.
Con un versamento di 100 euro al mese e gli stessi parametri ipotizzati, il capitale reale potrebbe raggiungere circa 904 mila euro iniziando dalla nascita, contro 219 mila euro iniziando a 18 anni, 82 mila a 30 anni e 34 mila a 40 anni. Numeri che raccontano una verità fondamentale della previdenza complementare: rimandare l’investimento può costare molto più che aumentare successivamente il versamento. Per ottenere un risultato analogo a quello di chi comincia alla nascita, la simulazione stima infatti che chi parte a 18 anni dovrebbe versare circa quattro volte tanto; chi comincia a 30 anni circa undici volte tanto e chi aspetta i 40 anni addirittura 26 volte tanto. È l’interesse composto a fare la differenza: i rendimenti generati producono a loro volta nuovi rendimenti, creando nel lungo periodo una crescita molto più rapida rispetto a quella ottenibile con semplici versamenti accumulati senza capitalizzazione.
Il vero rebus non è il rendimento: è chi gestirà i soldi di una generazione
Dietro la suggestione del “fondo pensione dalla nascita” c’è però una questione molto più concreta: chi amministrerà e investirà questo enorme patrimonio nel corso dei decenni?
Se il progetto dovesse coinvolgere tutti i nuovi nati, anche un contributo pubblico relativamente piccolo potrebbe generare progressivamente una massa di capitali considerevole. La scelta del gestore diventerebbe quindi uno degli aspetti più delicati della riforma. Tra le ipotesi emerse c’è quella di affidare un ruolo centrale all’Inps, mentre un’altra soluzione potrebbe prevedere una collaborazione tra diversi fondi pensione sotto la supervisione della Covip, l’autorità di vigilanza sulla previdenza complementare. Un ulteriore modello sarebbe quello della libera scelta da parte delle famiglie, lasciando ai cittadini la possibilità di decidere dove destinare il contributo. E poi c’è il capitolo dei costi: commissioni e spese di gestione, se sostenute per decenni, possono incidere pesantemente sul capitale finale.
Bisognerebbe dunque stabilire chi dovrebbe pagarle e quali strumenti finanziari sarebbero ammessi. La questione diventa ancora più importante perché un rendimento del 7% utilizzato in una simulazione non equivale a un rendimento garantito: i mercati possono salire e scendere, e il risultato effettivo dipenderà dall’asset allocation, dai costi, dalla fiscalità e dall’andamento degli investimenti. La sfida del Governo, quindi, non sarebbe semplicemente quella di mettere qualche euro nel salvadanaio previdenziale di ogni neonato. Sarebbe costruire un sistema capace di trasformare un piccolo incentivo iniziale in una vera infrastruttura di previdenza complementare, evitando che costi, gestione inefficiente o scelte di investimento sbagliate finiscano per vanificare proprio quel vantaggio che il progetto vuole sfruttare: avere una vita intera davanti per far crescere il capitale.












