
Le coste della Sicilia e del Sud Italia si confermano aree strategiche per lo studio della biodiversità marina del Mediterraneo. È quanto emerge dallo studio scientifico “A contribution to the inventory of marine amphipod species from Italian waters based on unpublished sources and FAIR principles”, recentemente pubblicato sulla rivista internazionale Biodiversity Data Journal e realizzato grazie alla collaborazione tra università, enti di ricerca e Agenzie Regionali per la Protezione Ambientale, tra cui ARPA Sicilia.
La ricerca presenta un inventario aggiornato degli anfipodi marini presenti nelle acque italiane, basato su dati raccolti tra gli anni Ottanta e il 2025. Gli anfipodi sono piccoli crostacei fondamentali per gli ecosistemi marini: contribuiscono ai cicli nutritivi, rappresentano una risorsa alimentare per numerose specie e sono utilizzati come bioindicatori della qualità ambientale.
Nel lavoro, il Mar Ionio – che comprende anche il Canale di Sicilia – emerge come una delle aree più interessanti dal punto di vista ecologico, nonostante presenti un numero inferiore di record rispetto ad Adriatico e Tirreno. Secondo gli autori, questa differenza sarebbe legata soprattutto a un minore sforzo di campionamento e non necessariamente a una minore biodiversità.
La Sicilia assume un ruolo centrale nello studio delle specie non indigene (NIS), cioè organismi introdotti attraverso attività umane come traffico marittimo e acquacoltura. Lo studio segnala infatti che il settore ionico occidentale e le coste siciliane rappresentano aree sensibili per l’arrivo e la diffusione di nuove specie marine.
Particolare attenzione viene dedicata alle aree di Augusta e del Golfo di Catania, indicate come hotspot di introduzione biologica per via dell’intenso traffico commerciale, delle infrastrutture industriali e delle attività portuali.
Un ruolo importante nella raccolta dei dati è stato svolto da ARPA Sicilia attraverso le attività di monitoraggio previste dalla Marine Strategy Framework Directive, la direttiva europea che punta al raggiungimento del buono stato ecologico dei mari.
Le campagne di campionamento effettuate nei porti di Gela, Catania e Siracusa hanno consentito di raccogliere informazioni significative sulla presenza e distribuzione degli anfipodi nelle acque siciliane.
I dati raccolti dall’Agenzia sono confluiti nel dataset pubblicato sulla piattaforma internazionale GBIF (Global Biodiversity Information Facility), nel rispetto dei principi FAIR, che garantiscono dati scientifici reperibili, accessibili, interoperabili e riutilizzabili.
Lo studio ha identificato undici specie non indigene presenti nei mari italiani: Alcune di queste sono state rilevate anche lungo le coste meridionali e siciliane, confermando processi di espansione già osservati negli ultimi anni.
Tra le specie citate figurano Caprella scaura, ormai diffusa lungo gran parte delle coste italiane, Jassa slatteryi, la cui distribuzione si estende oggi anche alle coste pugliesi e ioniche della Sicilia, ed Elasmopus pectenicrus, segnalata nel Tirreno, nello Stretto di Messina, nel Canale di Sicilia e nel Mar Ionio.
Lo studio riporta inoltre un nuovo record di Laticorophium baconi nel porto di Palermo.
Secondo i ricercatori, i porti, le lagune e gli impianti di acquacoltura rappresentano i principali ambienti di insediamento per queste specie.
L’analisi dei substrati ha evidenziato una maggiore ricchezza di specie nei fondali sabbiosi e nei sedimenti misti, habitat molto diffusi lungo le coste meridionali italiane.
Tra gli ambienti studiati figurano anche le praterie di Posidonia oceanica, le scogliere coralligene e le strutture artificiali portuali. I ricercatori sottolineano tuttavia come alcuni habitat risultino ancora poco esplorati, soprattutto nel Sud Italia.
Il progetto è stato sviluppato nell’ambito del National Biodiversity Future Center (NBFC), il Centro Nazionale dedicato alla biodiversità finanziato dal PNRR e dall’Unione Europea – NextGenerationEU.
Il lavoro è stato coordinato da Antonella Badalucco, dottoranda del DiSTeM dell’Università degli Studi di Palermo, con la supervisione della professoressa Sabrina Lo Brutto.
Secondo gli autori, la disponibilità di dataset aperti e aggiornati rappresenta uno strumento essenziale per comprendere l’evoluzione della biodiversità marina mediterranea e monitorare gli effetti dei cambiamenti ambientali e delle pressioni antropiche sulle coste italiane.
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